Mosaico
La Valbrenta ricorda l’alluvione del 1966 e fa memoria dei tragici fatti, con un richiamo vivo alla cura del territorio. Nel novembre di sessant’anni fa il maltempo travolgeva il nord e centro Italia, flagellando in particolare il Polesine e Firenze. Anche nella vallata del Brenta il fiume esondò in quei giorni e come un ariete d’acqua, tra le frane, trascinò fango e detriti a investire Valstagna e i Comuni vicini, segnando profondamente la storia locale. Oggi, a sei decenni di distanza, il territorio commemora quel dramma attraverso una fitta serie di eventi, da luglio a fine anno, con riflessioni sul delicato rapporto fra l’uomo e il fiume.
Il percorso è inaugurato dalla mostra itinerante “Acqua e Fango. Scatti e memorie a sessant’anni dall’alluvione in Valbrenta”, allestita presso la biblioteca di Valstagna e aperta fino al 23 agosto. «Il progetto – spiega la curatrice Michela Gabrielli – raccoglie fotografie d’epoca, diari e documenti storici che, oltre al centro più colpito di Valstagna, riguardano tutta l’area coinvolta nella piena, da Primolano a Bassano. Le immagini registrano la rovina, tra strade trasformate in torrenti impetuosi, ponti sommersi, case sventrate, ma anche la dignità incrollabile degli abitanti e la solidarietà immediata dei soccorritori. Le fonti offrono inoltre spunti sul fragile equilibrio idrogeologico del territorio e sulla successiva ripresa delle attività della valle». La mostra è aperta il lunedì e giovedì dalle 15 alle 18.30, mercoledì, venerdì e sabato dalle 9 alle 12.30, le domeniche e i festivi in orario 10-12 e 14-18. I pannelli documentari saranno quindi trasferiti, dal 5 al 20 settembre, nella sala polivalente di Cismon del Grappa, visitabile nei fine settimana.
Il recupero della memoria, per rivalorizzare il presente, si affida poi alla dinamicità del teatro, con il debutto dell’opera Resta solo una linea sul muro. Il titolo si riferisce ai segni fisici e scuri lasciati dalla melma sulle pareti degli edifici, fino a 4,15 metri di altezza, che tuttora riaffiorano come cicatrici di un passato indelebile. Lo spettacolo va in scena giovedì 6 agosto, alle 21, in piazza San Marco a Valstagna. L’opera è scritta, diretta e interpretata da Filippo Tognazzo, di Zelda Teatro, e rientra nel programma Operaestate Festival 2026. «Il lavoro – spiega l’attore e regista – nasce da una ricerca d’archivio, dai racconti dei superstiti e dalle riflessioni di chi oggi custodisce la valle. Nel disastro, a colpirmi è stata soprattutto la straordinaria capacità di reazione delle persone. In un attimo il mondo intorno a loro era crollato, ma non si sono persi d’animo, con resilienza e aiuto reciproco». Alcune stoccate del testo teatrale vanno alle responsabilità umane del dramma, come la gestione della vicina diga del Corlo. «Un evento – riprende l’autore – di tale portata distruttiva, ha contato solo due vittime in paese e questo grazie al forte spirito di comunità, aspetto che sarà in evidenza sul palco e di cui la gente della Valbrenta deve andare orgogliosa. Rialzarsi per il paese poi è stato difficile, con l’esodo in massa dei giovani, ma c’è stato anche il fiorire di nuove idee di sviluppo, come l’Unione amministrativa dei Comuni, il turismo sportivo fluviale, la ripresa delle colture nei terrazzamenti. Tanti aspetti scorrono lungo lo spettacolo, attraverso la metafora dell’acqua che cambia sempre, è vita, come la gente che reagisce e va avanti». Un viaggio necessario dunque, tra dolore e rinascita, per non dimenticare la lezione che il fiume ha impartito alle sue comunità. In scena, racconti, riflessioni e immagini avranno il sostegno emotivo delle musiche originali strumentali, suonate dal vivo dal gruppo Officina Francavilla.
I biglietti, a 10 euro, sono disponibili in prevendita sul circuito ufficiale Vivaticket.
Tante le sinergie al lavoro in Valbrenta per “fare buon uso della memoria” dell’alluvione del ‘66. Dopo gli eventi estivi, anche le scuole proporranno un’iniziativa teatrale. Non mancheranno poi convegni ambientali ed escursioni sui luoghi chiave del disastro e sulla gestione dell’acqua. È poi in cantiere un intenso documentario storico, per la regia di Cristian Tomassini.
Fino al 13 settembre le Scuderie di Palazzo Moroni a Padova ospitano la mostra i “Pionieri di Rodari che ricostruisce la storia del Pioniere, la rivista dell’Associazione Pionieri d’Italia nata nel secondo dopoguerra che aggregava i bambini dai 6 ai 14 anni, di cui Gianni Rodari fu uno dei principali protagonisti, con le sue tavole e articoli. Un pezzo di storia italiana che ha conosciuto un vero e proprio processo di rimozione dalla memoria collettiva. Il Comune di Padova fu protagonista di questa storia, con la sua classe politica e le istituzioni, che si divisero in modo lacerante rispetto al ruolo e alla funzione del Pioniere di Rodari e dei suoi obiettivi pedagogici. Una sezione della mostra è dedicata al processo che si svolse a Padova nel 1955: alcuni braccianti, accusati di essere dirigenti dell’Api, vennero imputati di reati di natura sessuale nei confronti di una trentina di bambini.