Potessimo rifiorire. Sbocciare nuovamente. Tornare alla prima stagione primaverile della vita. A quel punto, potremmo parlare di “resurrezione” fisica e mentale. Condizione di cui tutti proviamo esperienza, soprattutto di questi tempi bui e confusi. Rinascere quindi a vita nuova, significa rigenerarsi. E la primavera che sta sbocciando tutto intorno a noi, ci dice – nonostante le stramberie umane – che il tempo e la natura restano incuranti dei nostri vizi e vezzi.
Così molti di noi colgono queste sfumature che nutrono l’anima. Proviamo il desiderio di rivedere i colori e profumi che sono sempre un mix tra presente e passato, con i ricordi delle primavere passate che tornano puntuali. Un “compleanno” collettivo, in cui contiamo le primavere passate, una forma di nemesi, una rinascita.
Questo può spiegare il boom di questi anni che si vede in giro, mentre in realtà è una consolidata tradizione nordica, dove decine di nostre realtà agricole offrono l’esperienza en plein air dove al posto delle tradizionali colture, si assiste allo sbocciare di tulipani, rose, lavande. Tutto questo è l’effetto catartico, ma con un netto distinguo, proprio perché è un principio di natura e naturalezza. La prima-vera non è quello che noi commercialmente intendiamo, dove la mercificazione dei sentimenti da anni ha artefatto il senso proprio della fioritura. Oggi, il pubblico spende e raccoglie. Vede per poi recidere, per portarsi a casa quei fiori che ha visto nascere dalla terra. Possono essere fiori, erbette selvatiche e funghi, il comportamento resta il medesimo, soddisfacendo la nostra avidità di arcaici raccoglitori.
Chi vaga per i boschi o prati con il cestello, non sia avido di tutto. Bene faremmo a limitarci dall’eccessiva raccolta di erbe, semi o frutti, sapendo che ciò che lasciamo sarà necessario al resto delle creature, con la consapevolezza che un giorno, anche noi entreremo nel ciclo naturale delle cose e delle primavere future.