Storie
Nuovo rientro dal Polo sud per il padovano Davide Carlucci, al termine della sua seconda missione alla base italo-francese Concordia, per conto del Piano nazionale di ricerche in Antartide. Un incarico “Winterover” il suo, perché svolto anche nei mesi dell’inverno australe, quando la temperatura può scendere oltre i -80 gradi centigradi e dove per cento giorni vige una notte perenne, in totale assenza di luce, con poche persone che mantengono attive le ricerche polari, in completo isolamento, dato che nessun mezzo può addentrarsi nel plateau antartico in tali condizioni. «È stata un’esperienza umana e professionale importante – commenta Carlucci – Concordia è l’avamposto più remoto del pianeta, a 3.233 metri sul livello del mare ed è un sito ideale per rilevare dati precisi, grazie a varie caratteristiche del contesto, tra cui proprio la posizione. Pure se condotti da lontano, i progetti che si seguono in Antartide hanno poi un forte impatto sulla vita quotidiana delle persone e spaziano tra glaciologia, astronomia, fisica dell’atmosfera, geomagnetismo e sismologia».
A Concordia anche d’inverno, i programmi da seguire, seppur ridotti, sono circa una trentina. In prima linea ci sono gli studi sul cambiamento climatico. L’attività principale è la glaciologia, che prevede il prelievo di campioni di ghiaccio, ottimali da questa cassaforte del gelo, perché incontaminati. In essi, le percentuali di Co2 ci parlano delle variazioni climatiche del passato, per un confronto con il presente e per tracciare ipotesi future. È il progetto europeo “Beyond EPICA”, guidato dal prof. Carlo Barbante, fondatore e primo direttore dell’Istituto di scienze polari del CNR, a Venezia. I carotaggi, effettuati a 35 chilometri da Concordia, racconteranno presto il paleoclima fino a ben 1,5 milioni di anni fa.
Importanti sono poi le misure per rilevare il polo sud magnetico, che è mobile e va determinato con continuità per consentire la geolocalizzazione generale, a vantaggio del traffico terrestre, navale e aereo. La base Concordia inoltre dispone di un fascio laser (Lidar), che dialoga con un gemello satellitare per studiare il trend del buco dell’ozono; un altro radar superDARN misura invece l’attività solare, che colpisce la terra e può causare problemi di connettività, di segnali ed elettrica.
Privilegiata anche la sismologia che, da un posto con attività umane così ridotte, può individuare una scossa con elevata precisione, oltre che indagare meglio la struttura del nucleo del pianeta e l’orientamento delle placche terrestri.
«Ma oltre all’ambiente esterno, ad essere analizzata è anche la salute di noi stessi invernanti, alle prese con l’adattamento ad un ambiente estremo, con caratteristiche simili a quello con cui devono confrontarsi gli astronauti. Di ciò si interessa infatti l’Esa, Agenzia spaziale europea, con un suo medico sempre presente a Concordia, per monitorarci. L’habitat antartico richiama per molti aspetti quello lunare. Si tratta appunto di un deserto freddo, con rare precipitazioni e senza forme di vita, nemmeno i batteri. Ciò abbassa le difese immunitarie umane e il processo viene monitorato da test su come il corpo reagisce. Sono informazioni davvero utili, in vista di nuove missioni nello spazio, come un probabile ritorno sulla Luna».
Tutte queste ricerche ruotano attorno alla stazione Concordia, la più a sud del mondo, nel sito di Dome C. Essa è costituita da due torri cilindriche bianche, con profili arancio, sollevate dal ghiaccio e collegate da un corridoio. Ciascuna si sviluppa su tre piani. Per mantenere le attività e i 18 gradi all’interno della base, sono vitali tre generatori, che funzionano a turno e sono soggetti a continua manutenzione. Una torre ‘calma’ è riservata alle attività più tranquille nei laboratori, un piccolo ospedale, camere da letto e sala radio. L’altra ‘rumorosa’ invece ospita officine, magazzini, una palestrina, la cucina e un salotto con libreria, biliardino e tavolo da ping pong, per un po’ di relax serale, dopo giornate molto impegnative. In genere la struttura ospita una sessantina di persone, che si riducono a una dozzina nel periodo invernale di completo isolamento.
Il lavoro si concentra attorno al recupero di dati che vengono raccolti all’esterno, presso diverse e apposite postazioni, dislocate nell’area intorno alla base. Ci si prepara a raggiungerle con una meticolosa vestizione, per proteggersi dal gelo ed evitare le scottature da freddo sulla pelle. L’equipaggiamento pesa sui 10-12 chili. Vanno indossati più strati di indumenti termici, scaldacollo e maschera per il volto. Due condizioni meteo rendono proibitive le uscite: il vento oltre i 20 nodi e il whiteout, un fenomeno di fitti cristalli di ghiaccio, sospesi nell’aria, che rendono difficile l’orientamento. Chi esce è in costante contatto radio con la base, pronta ai soccorsi. Al rientro poi ci si mette all’opera in laboratorio, per sistemare i dati raccolti e spedirli in Europa.
Come si arriva ad un’esperienza del genere? «Ho avuto la fortuna di prendere parte a due missioni in Antartide, di 13 mesi ciascuna. Prima di questa avventura venivo da anni di installazioni e operazioni con macchine acceleratrici. Per approdare però direttamente al “grande laboratorio naturale del ghiaccio” è stato fondamentale l’appoggio della mia famiglia. In particolare sono stati i miei due figli adolescenti a incoraggiarmi a partecipare al primo bando, nel 2022, comprendendo il valore umano e lavorativo di questa avventura».
La selezione prevede test psicologici, fisici e di competenza professionale. Si viene preparati su vari fronti, per essere dei “tuttofare” in ambito tecnico-scientifico, ma anche pratico, nei guasti come nel pronto soccorso. Può sembrare strano, circondati dal freddo, ma particolare riguardo hanno le prove antincendio, dato che all’interno di Concordia il rischio è molto alto, per l’assenza di umidità.
Dopo un’esperienza così significativa, anche il rientro non è immediato, ma graduale. Lasciata Concordia, dal plateau Antartico, ci si sposta di circa mille chilometri e si sosta presso la base Mario Zucchelli, hub internazionale sul mare di Ross, nella baia Terra Nova; da qui si passa poi in Nuova Zelanda. Lasciato il continente bianco, gli stimoli visivi e olfattivi, limitati per oltre un anno, riesplodono. Tornare a casa dai propri cari è una grande gioia, impagabile, eppure esiste anche un “mal d’Antartide”, una nostalgia per quella dimensione così particolare e intensa. Davide Carlucci ne parla quindi volentieri negli incontri divulgativi che sta tenendo in Italia e all’estero. «Tra tanti bei ricordi che mi porto dall’Antartide, il racconto che più mi emoziona è quello del cielo stellato».
Dall’Antartide si scrutano pianeti lontani
In Antartide le osservazioni astronomiche, favorite da cieli liberi da umidità e inquinamento luminoso, arrivano a scrutare pianeti molto lontani, alla ricerca di realtà simili alla Terra, quindi con possibili forme di vita.
Base Concordia: attività non stop dal 2005
L’avamposto italo-francese Concordia è attivo da più di un ventennio. A intuire il potenziale degli studi al Polo sud fu l’ingegnere e ricercatore Mario Zucchelli, cui è dedicata la prima base italiana antartica, sulla costa. Zucchelli ha promosso l’intesa tra Enea (Ente Nazionale italiano per le nuove tecnologie) e Ipev (Istituto polare francese Émile Victor), che hanno avviato Concordia. Qui le attività, prima temporanee ed estive, sono non stop dal 2005 e comprendono le ricerche di molte realtà scientifiche.