Chiesa
Quarant’anni fa San Giovanni Paolo II aveva chiamato i capi delle Chiese e i leader religiosi ad Assisi per un incontro di preghiera per la pace nel mondo. All’Angelus Leone XIV, facendo memoria dell’anniversario, ricorda l’appuntamento di martedì 27 ottobre nella città di San Francesco promosso dalla Comunità di Sant’Egidio dal titolo “Pace disarmata e disarmante”. Il Papa non prenderà parte all’evento, su richiesta dei medici a seguito del recente intervento, ma affacciandosi dallo studio privato del Palazzo Apostolico chiede di continuare a pregare per la pace: “mai come oggi è evidente che le guerre, oltre a seminare morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo. Il Signore ispiri scelte di dialogo e di pace”.
Quasi tutta la riflessione seguita alla recita della preghiera mariana è stata un ricordare le ferite di conflitti e violenze che sono in atto in Medio Oriente e nella Penisola Arabica, ma anche nel resto del mondo. Così dice di seguire “con preoccupazione la grave situazione umanitaria in Yemen, in particolare nella città di Taiz, dove la popolazione soffre per mancanza di cibo, acqua e cure mediche”, a causa dell’offensiva degli Houthi, il gruppo armato che combatte contro le forze governative e che da venti giorni tiene sotto assedio la città. Papa Leone lancia il suo “accorato appello affinché cessino le ostilità e sia garantito al popolo yemenita di vivere nella pace”.
Quindi la Giordania. La preghiera del vescovo di Roma è per le vittime e le persone ferite nell’attentato di venerdì contro i fedeli della chiesa ortodossa di St. George ad Hamoud, governatorato di Karak, in Giordania: “sono vicino a quella comunità e all’intero paese che si distingue per la pacifica convivenza e il rispetto tra le diverse religioni”. L’attentato terroristico è stato compiuto, il 23 ottobre scorso, da tre persone che hanno fatto irruzione nella chiesa durante una cerimonia funebre uccidendo otto persone e ferendone una quarantina.
Pace, dunque, che non è solo il silenzio delle armi. Ed ecco l’invito alla preghiera che Giovanni Paolo II ha voluto fosse corale, di tutti i leader religiosi. Quella intuizione, chiamata anche lo Spirito di Assisi, è quanto mai attuale in questo nostro tempo segnato da guerre che non trovano uno sbocco diplomatico per costruire finalmente una pace, che, ricordava Giovanni Paolo II, “è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale”.
Angelus nella domenica in cui la liturgia ci propone il “grande e primo comandamento” dell’amore, e, dunque, messaggio quanto mai forte di pace perché riconosce nell’altro non un nemico ma un fratello. Rispondendo alla domanda di uno dei farisei – qual è il grande comandamento? – Gesù risponde con assoluta semplicità: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento”. Poi ne aggiunge un secondo che “è simile” scrive Matteo: “amerai il tuo prossimo come te stesso”. Il duplice comandamento dell’amore diventa così la sintesi efficace di tutte le norme e i precetti contenuti nella legge mosaica e di tutti gli insegnamenti dei profeti che ne costituiscono l’interpretazione. Gesù Cristo “pone come fulcro del rapporto con Dio la dimensione dell’amore”, afferma Leone XIV, che aggiunge: “non basta, infatti, sapere che Dio esista, che sia l’unico, o che sia l’Onnipotente; il Signore cerca da noi una relazione personale: l’unico vero Dio vuole diventare il nostro Dio. Nell’incontro con Lui, il comandamento dell’amore non è un obbligo, né una imposizione. Non si può, infatti, amare a comando”.
Con queste parole che leggiamo nel Vangelo di Matteo il Signore ci dice che tutta la legge, se vogliamo la nostra esistenza, il nostro rapportarsi a Dio e ai nostri fratelli, cammina sui binari dell’amore. “Per questo, il nostro amore può essere autentico quando è risposta al suo amore che sempre ci precede. Da qui il bisogno di una totalità che coinvolga l’intera persona: cuore, anima, mente”.
Ricordando il duplice comandamento il Papa dice che dalla “intima relazione con Dio diventiamo capaci di guardare noi e il prossimo con lo stesso sguardo di Cristo, secondo la sua prospettiva. In questo modo, l’egoismo è vinto e anche l’amore per sé stessi si fa carità: la nostra esistenza si volge verso l’altro e diventa dono per chi ci sta accanto”. Ricordando le parole di Santa Teresa di Gesù Bambino che affermava come “solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa; spento questo amore, essa non annuncerebbe più il Vangelo”, Papa Leone ricorda che senza l’amore “la nostra fede verrebbe privata del suo contenuto, le nostre buone opere si ridurrebbero a moralismo, la nostra speranza sarebbe vana”