Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
C’è un’immagine che sta caratterizzando i Vangeli di queste ultime domeniche ed è quella della vigna: un’immagine che in questo tempo autunnale di vendemmia assume un significato e un fascino particolare. I versetti presi in considerazione non seguono immediatamente quelli del Vangelo di domenica scorsa, ma i due brani sono collegati. Innanzitutto, occorre contestualizzare questa parabola di Gesù: c’è un’accesa discussione e polemica tra Gesù, i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo. Infatti, sono loro i destinatari della parabola. Essi rivelano sempre più la difficoltà – oltre che l’ostilità – nell’accogliere non solo la persona Gesù di Nazareth, ma soprattutto il suo annuncio. Infatti, non accettano il fatto che Dio non è giusto, quanto piuttosto buono, misericordioso, un Dio che dà alle persone non in base ai meriti ma ai loro bisogni. Questo Dio così profondamente umano e innamorato delle persone fa paura a coloro che pretendono di controllare la formazione delle coscienze, a chi, attraverso il proprio ruolo, presume di parlare in nome di Dio, oppure a coloro che vivono nella rigidità della lettera, delle regole e delle ritualità. Gesù scompagina le sicurezze che la religione aveva creato nei secoli: un Gesù fuori delle righe che non ha la paura di pronunciare parole dure come le ultime del Vangelo di questa domenica: «Vi assicuro che i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio».
Per comprendere il significato di queste parole, allora, ci soffermiamo sulla parabola. Innanzitutto, c’è un padre che ha due figli: seppure figli dello stesso padre, agiscono in maniera contrapposta. E infatti, la parabola è narrata in modo da far risaltare la contrapposizione. Alla medesima richiesta di andare a lavorare nella vigna, il primo figlio risponde con un laconico «non ne ho voglia». A un primo approccio ci può apparire pigro, irriverente, ingrato, menefreghista; eppure, poi proprio questo figlio «si pentì e ci andò». Il secondo figlio dà una prima buona impressione, perché incarna il figlio obbediente, educato, disponibile, che rispetta i ruoli e chiama “signore” il padre; tuttavia, «poi non ci andò». Infatti, ha salvato l’apparenza e l’immagine ma non è stato coerente con la sua risposta.
Tra i due fratelli c’è una sostanziale differenza ed è determinata dal ripensamento. Per il secondo figlio, l’apparente obbedienza diventa, poi, un negare la disponibilità all’aiuto. Questo figlio recita una parte di attore, assume un ruolo che non lo rivela come una “persona”, ma come un personaggio. Il primo figlio, invece, compie un percorso interiore, ritorna sulla sua risposta (magari irruente e istintiva) e sulle sue scelte. Questo primo figlio, a differenza del secondo, ha compreso la bontà della richiesta, ha un’immagine più realistica del volto del padre e ora può rapportarsi in modo libero con lui.
Attualizzando questa parabola, mi chiedo: come mi sto ponendo con Dio, ma anche nei confronti delle persone e delle situazioni? Come un attore e un personaggio oppure come una persona autentica? Sto eseguendo gli ordini di un padrone o mi sto coinvolgendo nel collaborare con un padre? In realtà, ammetto che mi fanno paura le persone tutte d’un pezzo che apparentemente sembrano perfette, che non danno mai segni di ribellione né fanno intravvedere le proprie debolezze. Spesso può capitare che siano persone che stanno investendo unicamente sull’immagine che vogliono dare agli altri, quando in realtà soffocano ciò che sentono e sopravvivono nella clandestinità, dicono di sì per paura di deludere oppure per preservare unicamente la facciata. In fondo, anche noi adulti ed educatori rischiamo di aspettarci che i nostri figli e i nostri ragazzi ci dicano sempre di sì; invece, dobbiamo aiutarli a discernere e a essere autentici piuttosto che obbedienti. Paradossalmente meglio un figlio, un prete, un coniuge, un adulto che sanno dire con chiarezza di «no», piuttosto di una cieca obbedienza che zittisce la coscienza o di un «sì» detto solamente per non portare la coerenza delle conseguenze.
Se facciamo memoria nella nostra vita ci accorgiamo di quanti «no» detti con impulsività, sono poi diventati dei «sì» convinti e convincenti; sono quei «sì» maturati in un cammino interiore, frutti di un’evoluzione onesta e aderente alla realtà, di una relazione matura con chi ci chiedeva di coinvolgerci e di collaborare. E allora, investiamo in esperienze e cammini interiori che ci aiutano a cogliere e a valorizzare il vero volto del Dio di Gesù Cristo, ad “avere in noi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo”, a saper modificare anche i nostri punti di vista, imparando a coniugare la disponibilità con l’agire, il realizzare con la coerenza.
È la scommessa quotidiana di essere donne e uomini del «sì» autentico, dentro e fuori. Al di là di ogni immagine e apparenza.