Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Siamo donne e uomini in relazione: ci sono persone familiari, altre che troviamo nella vita e con le quali conviviamo negli ambienti che frequentiamo (colleghi e fratelli e sorelle nella comunità cristiana); altre che scegliamo come amici o come partner. Tra questi intrecci di relazioni, ce ne sono alcune che sentiamo particolarmente vicine per molteplici motivi: ci sentiamo a nostro agio oppure ci sentiamo accomunati da una sensibilità e da ideali comuni. Sono particolarmente intime le persone che sanno essere con noi empatiche, con le quali sappiamo sintonizzarci in un ascolto libero e incondizionato; altre condividono la nostra stessa esperienza e sensibilità di fede o hanno vissuto eventi comuni.
Ogni 1° novembre la Chiesa celebra la solennità di Tutti i Santi ed è umanamente comprensibile che anche tra di noi ci siano legami diversi con questa “moltitudine immensa di santità”. Non è mai una casualità il fatto che una persona sia più legata a un santo o a una santa rispetto ad altri: per un legame nato in un particolare momento della vita (di sofferenza o di malattia) oppure dopo aver letto un testo spirituale o una biografia, cogliendo degli aspetti comuni a noi. Così quei santi diventano modelli di riferimento e in qualche modo si desidera diventare come loro. Eppure, avverto alcuni pericoli.
Rischiamo, ad esempio, di idealizzare o assolutizzare determinati modelli, pensando che i santi siano state persone perfette e che la santità sia stata per loro un privilegio. Oppure possiamo pensare ai santi come a coloro che in qualche modo possono tornarci “utili”: il rischio in questo caso è di strumentalizzarli come coloro che possono fare da intermediari tra noi e Dio. Qui, spesso, si cela un’immagine negativa e impaurita di Dio e una visione distorta anche della fede.
È una scelta sapiente della liturgia, quindi, proporre in questa solennità il Vangelo delle beatitudini: questa inestimabile pagina di Matteo, infatti, rappresenta la chiave di lettura per comprendere il significato autentico e profondo della santità e l’orizzonte al quale siamo chiamati. Siamo tutti chiamati alla santità e non ci sono strade o storie privilegiate per alcuni. Partendo dal testo evangelico, la santità è profondamente legata a un’altra parola ripetuta in modo ridondante: «beati». Nel nostro linguaggio comune, può essere usata in modo fuorviante: infatti, in un contesto di costante competizione e confronto con gli altri la parola «beati» può determinare una differenza in cui spesso ci sentiamo inferiori o inadeguati rispetto ad altri che riteniamo più validi o fortunati. Se invece traduciamo più correttamente quel «beati» con “felici”, allora, cogliamo che quel desiderio di felicità ci appartiene perché è inscritto in ognuno. Infatti, nella profondità del nostro cuore, anche nel cuore di persone provate dagli eventi, c’è un anelito che ispira la vita e le scelte ed è il desiderio di felicità. In quel desiderio c’è un investimento di energie, di sogni, di ideali perché la felicità non sia un frammento o un sentimento che dura un istante, ma una dimensione che ci faccia sentire realizzati.
Le beatitudini, per questo, ci tracciano alcune strade per poter sperimentare questa pienezza di felicità. Personalmente, credo che ci sia un punto di partenza necessario: riconoscere chi siamo, quello che siamo, spogliandoci da qualsiasi ruolo o aspettativa soffocante, da qualsiasi idealizzazione di noi o dalla tentazione di voler essere ciò che in realtà non siamo. Proprio per questo, le beatitudini sono prima di tutto un invito all’autenticità: i poveri, coloro che piangono, i miti, coloro che lottano per la giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia sono consapevoli di loro stessi; non accettano tanto la loro situazione come status quo quanto, a partire da ciò che sono, accolgono e vivono la logica del Vangelo in modo libero e coerente, senza cadere nella logica dell’immagine, della mondanità, del potere, della violenza…
Scorrendo le beatitudini, inoltre, c’è un aspetto che lega tutti questi «beati» elencati da Gesù ed è la loro libertà. Sono infatti persone libere da una logica di mercato e dal contrabbandare il vuoto con qualcosa di materiale (i poveri in spirito); libere nell’esprimere senza vergogna i loro sentimenti (coloro che piangono); libere dalla pretesa e dall’arroganza di sentirsi padroni di qualcuno o di qualcosa (i miti); libere dal pensiero unico, dall’accettazione supina degli eventi e da coloro che tengono le redini della storia (coloro che hanno fame e sete della giustizia); libere dai rancori e dalla sete di vendetta (i misericordiosi); libere dalle immagini sfalsate e ipocrite da dare agli altri (i puri di cuore); libere dalla logica della guerra, del riarmo e della violenza (gli operatori di pace); libere dalla paura di poter subire delle conseguenze per le proprie scelte coraggiose (i perseguitati per la giustizia); libere dall’immagine, dalle chiacchiere e dal perdere la faccia (coloro che sono insultati e perseguitati).
Meditare sulla pagina delle beatitudini ci permette, quindi, di comprendere che la santità non è tanto un percorso di perfezione quanto assumere uno stile evangelico di libertà. Allora, cogliamo queste strade tracciate dal Vangelo per poter essere anche noi «beati», per inseguire quel desiderio profondo di felicità, per fidarci di Lui e sentirci nello stesso tempo realizzati. Continuiamo il nostro cammino come persone autentiche, consapevoli che «ciò che saremo non è stato ancora rivelato». In fondo, in questa personale tensione c’è la scommessa della nostra santità.