Nell’America Latina dei grandi stravolgimenti politici, delle polarizzazioni e delle continue sorprese, c’è un Paese che resta “fermo”. Almeno apparentemente. Il Partito Colorado, come accade da oltre settant’anni (compreso il lungo periodo della dittatura di Alfredo Stroessner), con l’eccezione del periodo 2008-2012 (coinciso con la presidenza di Fernando Lugo), resta al potere anche dopo le elezioni presidenziali di domenica 30 aprile. Santiago Peña è il nuovo presidente (in Paraguay non è previsto il ballottaggio), e vince in modo più ampio di quanto prevedevano i sondaggi
“La violenza delle bande si sta espandendo a un ritmo allarmante in aree precedentemente considerate relativamente sicure a Port-au-Prince e fuori dalla capitale”.
Il 27 marzo è stato “celebrato” nel Paese un singolare anniversario: quello dell’introduzione dello stato d’eccezione, dodici mesi prima (anche se la Costituzione lo consentirebbe per un solo mese), da parte del controverso presidente Najib Bukele, che è passato dagli accordi “sotto banco” con le “maras” e le “pandillas”, per limitare il numero degli omicidi, alla guerra aperta contro i gruppi criminali
Bloccati in tutti i modi, legali e illegali, in qualche caso in aperta violazione dei diritti umani. Sempre più spesso, famiglie separate. Una corsa a ostacoli che prevede soste lunghe, a volte definitive, o ritorni alla “casella precedente”. Come nel “gioco dell’oca”. Per i migranti venezuelani, però, il sospirato arrivo non è previsto. Si sta rivelando un “inferno” la rotta nord dei migranti, spesso richiedenti asilo, verso gli Stati Uniti. L’esodo dal Paese sudamericano procede inesorabile, nonostante l’allentamento dell’isolamento internazionale del regime di Maduro e il piccolo miglioramento della comunque tragica situazione economica: secondo i dati dell’agenzia Onu per i rifugiati, l’Unhcr, il numero di venezuelani usciti dal Paese negli ultimi anni ha raggiunto la cifra di 7 milioni e 130 mila.
“Dopo dieci anni credo che possiamo vedere che Papa Francesco non parla di un’altra teologia, non è teologia della ‘Pachamama’, ma quella del Concilio Vaticano II, nient’altro che le teologia del Concilio Vaticano II”, spiega al Sir Emilce Cuda, teologa argentina, già docente presso la Pontificia Università Cattolica Argentina e presso la St. Thomas University, negli Stati Uniti, e attualmente segretaria della Pontificia Commissione per l’America Latina (Cal), oltre che componente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali e della Pontificia Accademia per la Vita
Se in tutta l’Argentina, come chiesto dalla Conferenza episcopale, si tengono nei giorni immediatamente precedenti o seguenti il 13 marzo numerose messe, veglie, momenti di preghiera, ciò accade a maggior ragione in ogni quartiere, in ogni “villa miseria”, in ogni cappella della periferia di Buenos Aires. Il Sir ha intervistato padre José Maria “Pepe” Di Paola, coordinatore dei “curas villeros”, parroco nella comunità di San Giovanni Bosco, a Villa Carcova, oltre che coordinatore nazionale della Pastorale delle dipendenze
È destinato ad aggravarsi il bilancio delle vittime del maltempo che ha investito il litorale dello Stato brasiliano di San Paolo, mentre le parrocchie e le Caritas si stanno prodigando, fin dal primo momento, per offrire riparo e aiuto alla popolazione colpita.
Una crisi che pare senza fine. Una matassa sempre più aggrovigliata. Il Perù assiste da due mesi a una protesta sociale che ha paralizzato il Paese, sempre più spaccato tra il “centro” di Lima e l’enorme periferia della “sierra” andina, della “selva amazzonica”, dei grandi altipiani e delle profonde vallate, che solcano un territorio più grande di Italia, Francia e Germania messe assieme. Circa sessanta morti, centinaia di feriti, devastazioni, blocchi stradali, quasi quotidiani assalti ad aeroporti, istituzioni e imprese, 200 mila persone che sono, appunto, scese dalle Ande per “accamparsi” nella capitale.