In piena pandemia, due Paesi andini su tre non hanno rinunciato all’esercizio democratico, pur in uno scenario di grande incertezza, crisi e disillusione, come rivela l’astensionismo record, per le abitudini di quei Paesi. L’Ecuador (con un’astensione del 17%) si affida al banchiere liberale Guillermo Lasso (che ha ottenuto circa il 52,5%), voltando le spalle forse in modo definitivo alla prospettiva politica di Rafael Correa. Il Perù invece, nel culmine di una crisi politica, istituzionale ed etica che sembra senza sbocchi, ha scelto, a sorpresa, tra ben 18 possibilità (con quasi il 30% di astensionismo), i due candidati più estremi: Pedro Castillo, outsider di sinistra spinto dal popolo delle regioni periferiche (a scrutinio quasi ultimato, ha circa il 19%), e Keiko Fujimori, leader di estrema destra e figlia del dittatore Alberto (al 13%).
Un altro muro per fermare i migranti. È quello che dovrebbe sorgere lungo i 380 chilometri del confine che divide Haiti e Repubblica Dominicana, secondo le intenzioni del presidente dominicano, Luis Abinader. L’annuncio – ma è tutto da vedere che alle intenzioni seguano i fatti – è stato dato qualche settimana fa, a fine febbraio, e sta suscitando un forte dibattito, in un contesto “storico” di rapporti complessi tra i due Paesi che insieme formano l’isola di Hispaniola, prima colonia del nuovo mondo fondata da Cristoforo Colombo. Haiti è francofono, la popolazione è in gran parte di origine afro, vive in drammatiche condizioni di sottosviluppo, le peggiori del Continente. La Repubblica Dominicana è ispanofona, occupa i due terzi dell’isola e le condizioni di vita sono senza dubbio migliori. Lo squilibrio tra i due Paesi ha portato, negli ultimi decenni, numerosi haitiani ad attraversare la frontiera, nonostante subiscano spesso discriminazioni. Si stima che oggi siano circa 500mila gli haitiani presenti in Repubblica Dominicana, su una popolazione di poco inferiore ai dieci milioni.
Un’altra Pasqua senza messe in presenza di fedeli, o con una partecipazione assai ridotta, in molte zone dell’America Latina. Ma anche con originali iniziative per ricordare le vittime del Covid-19 e per valorizzare la preghiera in famiglia. Se dodici mesi fa l’impossibilità di assistere all’eucaristia era generalizzata, praticamente in tutto il continente, ora la situazione è a macchia di leopardo, ma quasi ovunque, nella migliore delle ipotesi, la partecipazione è fortemente ridotta. È il caso, per esempio, di Guadalupe, a Città del Messico. Nel maggior santuario del mondo le celebrazioni potranno tenersi in presenza ma con molte limitazioni e senza grossi numeri, dato che la capitale messicana si trova in questo momento in “zona arancione”. Anche in Cile i vescovi hanno chiesto e ottenuto di non chiudere le chiese. Ma alle Messe possono assistere pochissime persone. Apertura con molte restrizioni in Venezuela, in Colombia, in gran parte dell’Argentina. Pasqua viene vissuta “in presenza” a Manaus, capitale dell’Amazzonia brasiliana, tra gennaio e febbraio emblema mondiale della pandemia fuori controllo. Ma senza fedeli in gran parte del Brasile, a cominciare dal santuario nazionale di Aparecida. In Perù le Messe in presenza ci sono state fino alla Domenica delle Palme. Ma non ci saranno fedeli durante le celebrazioni del Triduo e della domenica di Risurrezione.
Deforestazione selvaggia, scempio del territorio, boschi bruciati. Per contrastare i danni della monocoltura, a Cherán, nel cuore dello Stato del Michoacán in Messico, epicentro mondiale dell’aguacate, più conosciuto in Italia come avocado, la mobilitazione comunitaria ha fatto imporre al municipio una regola ferrea: nel proprio territorio non dev’essere piantata neppure una pianta di aguacate. Un caso unico, come un’isola in mezzo all’oceano, dato che ormai le piantagioni sono diventate una monocoltura in tutta la “Meseta Purépecha”. Ma le culture intensive di aguacate non sorgono solo in Messico. Attraversano tutto il continente americano, fino ad arrivare in Cile. Qui non ci sono i gruppi criminali messicani, ma un sistema economico liberista che privilegia i grandi gruppi.
È di nuovo gravissima la situazione dei contagi da Covid-19 in tutto il Brasile, nel pieno di una nuova ondata che sta provocando negli ultimi giorni numeri record, superiori alla prima ondata, quando mai erano stati superati i 2.000 morti giornalieri: ora i morti sono circa 2.200-2.300 ogni 24 ore, giovedì 11 marzo si sono registrati oltre 75mila nuovi contagi, i numeri totali sono arrivati a oltre 11 milioni e 300mila casi e a circa 273mila decessi. La diffusione della pandemia è trascinata dalla famosa “variante brasiliana”, che dopo essere partita dal Nord amazzonico, ha ora interessato tutto l’enorme Paese, particolarmente le grandi città dell’Est e del Sud, e soprattutto i tre Stati meridionali, Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Tra le recenti vittime anche dom Mauro Aparecido dos Santos, arcivescovo di Cascavel (Paraná). L’allarme giunge al Sir da dom Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, capitale del Rio Grande do Sul (lo Stato brasiliano più meridionale) e primo vicepresidente della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile
Chiamati a “praticare le buone opere” in favore della popolazione per proteggerla dal contagio del Covid-19, che sta colpendo duramente il Paese, in questa seconda ondata.
Mons. Rubén Darío Jaramillo, vescovo di Buenaventura in Colombia ha subito recentemente minacce di morte da parte di gruppi criminali, che ostentano il proprio potere sulla città, primo porto colombiano del Pacifico e snodo strategico per tutti i tipi di traffico, compresi quelli illeciti, a partire dal narcotraffico. Agli occhi dei criminali, la “colpa” di mons. Jaramillo è quella di aver sollevato il “caso Buenaventura”, reso evidente dalla “catena umana” promossa qualche settimana fa, espressione corale di una comunità stanca e impaurita, ma capace di reagire alla violenza continua. Da quel momento, anche uno Stato, com’è quello colombiano, spesso “assente” nelle periferie, ha “dovuto” dare un segnale. Polizia ed esercito si sono installati in città, con qualche risultato
“Sono soprattutto famiglie, donne, bambini, mamme incinte, disabili, perfino in persone in carrozzina”. È quello che ti dicono tutti, quando chiedi di descrivere chi sono i venezuelani che continuano a fuggire, a migliaia, dal loro Paese, trovando sempre più spesso l’esercito ad attenderli e a bloccarli ai passi di frontiera. All’inizio erano intellettuali, oppositori politici, persone laureate. Poi hanno cominciato ad andarsene i padri di famiglia, i giovani. Ora fuggono tutti. I viaggi della disperazione investono tutto il Sudamerica e in particolare i Paesi andini. È forte il grido d’aiuto che arriva al Sir dagli operatori della Pastorale dei migranti, da religiose, religiosi, missionari.
Il Messico non ha, in questi mesi, conosciuto una prima e seconda ondata, come accaduto quasi ovunque, ma un’unica e ininterrotta emergenza, gestita in modo inadeguato dalla politica. Sono circa 175mila i morti (al terzo posto dopo Stati Uniti e Brasile), con un rapporto tra persone risultate positive e decedute che non ha uguali al mondo. Alla situazione sanitaria si accompagna la preoccupazione per la crisi economica e occupazionale: si stimano 19 milioni di poveri provocati dalla pandemia. La Caritas messicana ha avviato il progetto “Familias sin hambre” (“Famiglie senza fame”), raccogliendo anche fondi per acquistare bombole d’ossigeno. Il Sir ne ha parlato con mons. Gustavo Rodríguez Vega, arcivescovo di Yucatán e presidente della Caritas messicana.