Nel Venezuela che muore di povertà la Chiesa rimane l'unica istituzione credibile davanti agli occhi della gente. Grazie anche alla presenza capillare dei suoi sacerdoti che animano le oltre 3.300 parrocchie e sedi pastorali del Paese. E con la crisi spuntano anche tante vocazioni: sono oltre 1.100 gli aspiranti al sacerdozio nei seminari venezuelani. "Giovani non alla ricerca di un pasto e di un tetto sicuri" ma desiderosi di "mettersi al servizio del popolo e di dedicarsi alla riconciliazione e alla ricostruzione del Venezuela". E per questo scendono anche in piazza...
La risposta alla fame e alla povertà dei venezuelani viene da tante parrocchie del Paese dove sono attive le “ollas solidarias” (pentole solidali), mense dove viene offerto cibo e sostegno. I primi a dare una mano sono gli stessi poveri che le frequentano che offrono quel poco che hanno, nello spirito del condividere per non lasciare indietro nessuno, come recita lo slogan della campagna di Quaresima della Chiesa venezuelana.
Il Venezuela è un Paese al collasso. Gli ultimi giorni sono stati segnati da 100 ore di black out che hanno fermato il Paese. La mancanza di acqua e cibo hanno ulteriormente esasperato la popolazione provata da anni di povertà. Il 18% dei bambini venezuelani sotto i 5 anni soffre di denutrizione acuta. Inoltre l'acuirsi della crisi politica tra Governo e Opposizione sta spingendo molti a emigrare. Ieri l'aeroporto di Caracas è stato preso di assalto da persone che volevano lasciare il Paese. Un primo resoconto dal Venezuela dove in questi giorni si è recata in visita di solidarietà una delegazione di Aiuto alla Chiesa che soffre, composta dal suo direttore, Alessandro Monteduro e dall'assistente ecclesiastico Padre Martino Serrano
Un consultorio familiare per rispondere in modo efficace ai bisogni delle famiglie in difficoltà: è il progetto messo in campo dalla Caritas dell'esarcato armeno cattolico di Atene, in sinergia con Caritas Hellas, l’arcidiocesi della capitale e Caritas Italiana. Si tratta del primo Consultorio familiare di Grecia e sarà operativo dalle prossime settimane. Il sostegno della Cei, attraverso l'Ufficio per la pastorale della famiglia
Da Karachi a Lahore, viaggio nei quartieri cristiani e nelle chiese attaccate dai terroristi islamici. Una lunga storia di violenze, abusi e vessazioni. Le storie di Akash Bashir, il giovane volontario della sicurezza che si è sacrificato per bloccare un kamikaze, e quella del piccolo Abish, solo 12 anni, morto in un attentato, mentre si recava in chiesa per accendere una candela alla Madonna. I cristiani pakistani resistono e dicono: "Noi non ci nascondiamo. Siamo orgogliosi di essere cristiani". E mostrano la Croce posta sulle porte delle loro case. L'impegno della Chiesa nel campo dell'istruzione
A un mese dalla Gmg di Panama, l'arcivescovo della città, mons. José Domingo Ulloa Mendieta, racconta al Sir l'atmosfera che ancora si respira nel Paese: "È stato il sogno dei più piccoli e degli emarginati". E già spuntano i primi frutti della Giornata: la nascita delle parrocchie ecologiche e di una Commissione ispano-americana per approfondire la dottrina sociale della Chiesa
“Non mattoni ma libri”: è il motto di padre Edward Thurai Singham, missionario dello Sri Lanka, da 34 anni in Pakistan dove cerca di strappare al lavoro nelle fornaci bambini poveri cristiani e musulmani. Per questo ha fondato una scuola nell'estrema periferia nord di Lahore dove insegna loro a leggere e a scrivere. Il Sir, insieme ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre - Italia, è andato con lui nelle fornaci. Questo il racconto
Attualmente sono 187 i casi di cristiani accusati di aver profanato il Corano o diffamato Maometto. Il dato viene fornito al Sir dalla Commissione nazionale giustizia e pace (Ncjp) della Conferenza episcopale pakistana. La legge sulla blasfemia, ricorda la Commissione, “limita fortemente la libertà di religione e di espressione. Nella quotidianità, infatti, viene spesso usata come strumento per perseguitare le minoranze religiose”. Il caso di Sawan Masih, condannato a morte
Dopo aver difeso con successo dall'accusa di blasfemia Asia Bibi, oggi l'avvocato Saif ul-Malook vive sotto scorta, costretto a chiudere il suo studio legale. "Vivo in una condizione di solitudine - racconta - ma non mi pento. "Se oggi mi chiedessero di difendere un cristiano dall’accusa di blasfemia non avrei problemi a farlo". Il sogno di incontrare Papa Francesco.