Mosaico
Un paese intero si è ritrovato ad ascoltare la storia custodita sotto i propri piedi. La sala teatro di Bresega di Ponso lunedì 20 luglio era gremita, con cittadini arrivati anche da fuori provincia, per conoscere ciò che gli scavi della nuova Strada regionale numero 10 hanno riportato alla luce: un santuario venetico, trasformato e riutilizzato in epoca romana, che potrebbe rappresentare soltanto una piccola parte di un complesso molto più esteso. Una scoperta che ha acceso l’orgoglio della comunità e alimentato il desiderio di conservarla nel luogo in cui è riemersa. Ma i sogni, ha ricordato il sindaco Sandro Parolo, devono confrontarsi con la realtà. «Questa non è la sede per prendere decisioni, ma per capire e farci un’idea», ha detto, senza nascondere il desiderio di vedere valorizzato il sito a Bresega. La ricerca del trascendente accompagna l’uomo da sempre e il santuario racconta un capitolo antico della religiosità del territorio.
Carla Pirazzini, funzionaria della Soprintendenza, ha ricostruito le prime fasi del rinvenimento, spiegando la presenza di cippi votivi venetici e di elementi romani. Il santuario, nato in età preromana, è stato successivamente modificato dai Romani che ne hanno mantenuto il valore monumentale, riutilizzando numerosi cippi per realizzare i lastricati. Gli scavi, sospesi temporaneamente per questioni amministrative, riprenderanno a breve e, secondo gli archeologi, quanto emerso potrebbe essere solo una parte del complesso, destinato a proseguire nei campi vicini. A proteggerlo per oltre duemila anni sono stati i fenomeni alluvionali e gli spostamenti dell’Adige. Come ha spiegato il geoarcheologo Luca Rinaldi, oltre tre metri di sedimenti hanno progressivamente ricoperto strutture e reperti, preservandoli fino a oggi. Simone Melato ha illustrato le tre strutture individuate: un edificio templare di 16 per 25 metri, una seconda costruzione realizzata con il reimpiego di oltre 180 elementi lapidei, di cui almeno 25 iscritti, e una terza struttura ancora in fase di studio, che potrebbe rappresentare un ulteriore tempio. Restano ancora da comprendere le fasi più antiche del santuario e le trasformazioni avvenute con la romanizzazione. Tra gli interventi più attesi quello della linguista Anna Marinetti dell’Università Ca’ Foscari, che ha definito il rinvenimento «incredibile». Le prime iscrizioni sembrano richiamare “Seitnos”, divinità venetica legata ai campi. Un’ipotesi rafforzata dalla presenza di un cippo romano dedicato a Saturno, dio dell’agricoltura, quasi a testimoniare una continuità del culto anche dopo l’arrivo di Roma. Il ritrovamento è avvenuto durante le indagini preliminari alla nuova Sr 10, attesa da decenni che interesserà un tratto di circa sette chilometri e mezzo. Prima dell’avvio dei lavori sono stati eseguiti ben 125 mila carotaggi per la bonifica bellica: proprio uno di questi ha intercettato un antico lastricato, dando inizio alla scoperta. Veneto Strade ha precisato che il cantiere non subirà ritardi significativi perché i lavori procedono per stralci e l’area interessata dal santuario non era tra quelle di imminente intervento.
Il futuro del sito resta però la questione più delicata. Alberto Manicardi ha ricordato che il terreno, sabbioso e sotto il livello della falda, si allaga facilmente, rendendo molto complessa l’ipotesi di un museo all’aperto. A questo si aggiungono le problematiche conservative illustrate da Federica Santinon: dopo secoli trascorsi al buio, in un ambiente stabile, i reperti rischiano un rapido degrado se lasciati esposti a luce, intemperie e sbalzi di temperatura, senza contare il pericolo di atti vandalici. Alle domande dell’amministrazione comunale la Soprintendenza ha risposto invitando alla prudenza. Non esiste ancora un inventario completo perché lo scavo, che interesserà circa duemila metri quadrati, è solo all’inizio e sono trascorsi appena tre mesi dalla scoperta. È quindi troppo presto per decidere se il santuario potrà essere conservato sul posto, ricollocato o valorizzato in altre forme. Qualunque scelta richiederà risorse economiche e una gestione duratura. Il Comitato per l’archeologia di Ponso e numerosi cittadini hanno rilanciato il sogno di mantenere il santuario nel territorio, avviando collaborazioni con le università e proseguendo le ricerche. I Comuni vicini hanno ricordato l’importanza di completare una strada strategica per tutto il territorio. Il valore del santuario appartiene anche alle scelte che saranno compiute per il suo futuro.