Idee
Sedilis, allora come oggi, era un piccolo paese, una serie di borgate nelle quali a maggio 1976 vivevano 550 abitanti sparsi tra i colli e la montagna udinese. Con questo paese in Comune di Tarcento fu gemellata la Diocesi di Padova dopo il terremoto, gemellaggio che poi abbracciò anche i centri di Ciseriis e Zomeais. «Quando la scossa ci sorprese, ero a casa di una famiglia per terminare l’organizzazione del pellegrinaggio a Barbana, la domenica successiva avremmo dovuto partire con due pullman». I ricordi di don Gianni Fuccaro, l’allora parroco, sono nitidissimi. Le sue parole celano del tutto i 50 anni che sono trascorsi e rendono bene l’invidiabile lucidità della sua mente, alla vigilia del novantesimo compleanno. Una serata normale divenne l’inferno, l’80 per cento delle case venne giù, la chiesa di metà Ottocento si spezzò i due e il frontone crollò. «Siamo corsi fuori dall’edificio e dopo un po’ sono partito al buio per le altre borgate, per vedere come stava la gente: quelle case non potevano reggere, erano state sistemate alla meglio dopo il rogo appiccato nel 1944 dai nazifascisti». Giunto a un incrocio don Gianni incontrò un folto gruppo di abitanti e lì con loro attese l’alba. «La gente era spaventata, ma quieta e tranquilla, attendeva l’alba per vedere i danni, era pronta ad affrontare gli eventi, senza grida o pianti». Avevano perso tutto, ma non si lamentavano. «Al mattino presto arrivo il vescovo Battisti, non sapeva che dire o fare, ma la sua presenza fu la prima spinta ad andare avanti con coraggio e ad affrontare insieme la ricostruzione».
A don Gianni basta nominare i padovani e la sua voce si “illumina”. «Siete stati meravigliosi, non lo dimenticheremo mai. I primi ad arrivare sono stati i giovani del Cuamm con don Luigi Mazzuccato, poi le suore, stupende, che si sono adattate benissimo, con una di loro, suor Dora Polanzan, che vive al collegio don Bosco, siamo ancora in contatto. Padova poi ha lanciato l’idea del gemellaggio tra famiglie e molte hanno tuttora contatti con amici di Monselice, di Thiene e molte altre parrocchie».
Tra queste famiglie c’è quella di Paolo Senci, allora 25enne, i cui cognati per un anno dopo il sisma sono stati ospiti in territorio diocesano per frequentare la scuola e facilitare la ricostruzione. «Di allora ricordo la grande confusione e le battaglie perché le baracche per noi sfollati venissero fatte in collina, vicino alle stalle e ai campi, per non far morire i paesi. Il commissario Zamberletti ha avuto la lungimiranza di delegare i lavori ai sindaci che conoscevano bene le esigenze della gente, così i borghi sono tornati com’erano, non hanno un aspetto artificiale. Oggi forse, con le norme in vigore, una ricostruzione come quella del Friuli non sarebbe nemmeno più possibile».