Idee
Erano esattamente le 21 di quel maledetto 6 maggio 1976. Come in ognuna delle catastrofi che hanno crivellato la storia recente del nostro Paese, anche nel Friuli di allora la popolazione era ignara: impossibile attendersi una tragedia imminente di queste proporzioni. La scossa, con epicentro sul monte San Simeone, a pochi chilometri da Gemona, fu devastante: interminabili quei 59 secondi che raggiunsero i 6,5 gradi di magnitudo sulla scala Richter, radendo al suolo interi paesi come la stessa Gemona, oltre a Venzone e Osoppo, per citare i principali. I Comuni che ebbero seri danni furono 77, il numero delle vittime sfiorò il migliaio (965 ufficialmente), furono oltre 100 mila le persone che dovettero ricorrere a ripari di fortuna – tende oppure baracche – mentre in 40 mila dovettero lasciare la fascia collinare e montana a nord di Udine per riparare nei centri della riviera adriatica: 80 mila abitazioni vennero distrutte dallo sciame sismico, altre 100 mila furono lesionate, alcune in maniera irrecuperabile. E i danni che non causò il terremoto di maggio, li fece la replica di settembre, quando anche alcuni edifici già ripristinati crollarono per le due forti scosse dell’11 settembre e per quelle devastanti del 15 mattina, entrambe sopra i 6 gradi Richter.
Il terremoto del Friuli è un ricordo vivo per moltissimi veneti. Anche chi allora era appena un bambino conserva ricordi nitidi dell’oscillazione di mobili e lampadari, la corsa fuori dagli edifici anche in pieno centro a Padova, talmente forte fu la percezione del sisma. Eppure, a 50 anni di distanza, quella tragedia rimane un monumento scolpito nell’immaginario collettivo italiano per l’ondata di solidarietà che raggiunse tutta la Regione colpita, per la dignità e la laboriosità che quel popolo seppe esprimere, e per i principali effetti di quello che oggi chiamiamo “Modello Friuli”. Fu in quella catastrofe che la neonata Caritas Italiana, guidata da don Giovanni Nervo, gestì per la prima volta una tragedia di dimensioni epocali e lo fece puntando sui gemellaggi tra Diocesi italiane e parrocchie friulane (81) e sui centri di comunità (67 in tutto quelli realizzati) in cui famiglie e singoli potevano continuare una qualche forma di vita sociale. Furono 16 mila i volontari di parrocchie, associazioni e organismi ecclesiali che si mobilitarono in due anni.
Da quella tragedia nacque la Protezione Civile come la conosciamo oggi, sotto la guida di Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario per la ricostruzione, che fu rapida e condotta secondo il principio del “com’era e dov’era”, per non perdere l’identità dei paesi, privilegiando le fabbriche per salvare i posti di lavoro e passare quindi alle case e alle chiese. Entro il 1980 molti edifici pubblici erano già stati ripristinati. Un caso unico è quello di Venzone, borgo oggi Monumento nazionale, totalmente ricostruito esattamente com’era entro il 1995.La Diocesi di Padova in prima linea per gli aiuti