“La vita dei cristiani è continuamente sotto minaccia e sono vittime di una fortissima persecuzione e discriminazione. Dalla fondazione del Pakistan i cristiani stanno via via diminuendo e sono passati dal 20 al 4 per cento della popolazione. L’estremismo religioso islamico non permette, a chi non è musulmano, di vivere una vita pacifica in Pakistan. E così non solo i cristiani ma anche gli Indù e gli Ebrei continuano a lasciare il Paese”. A parlare è Shahid Mobeen, fondatore dell’associazione dei Pakistani Cristiani in Italia e docente di Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana.
“Sulla scia degli eventi profondamente dolorosi che si sono svolti a Jarnwala mi unisco al dolore di quanti sono stati colpiti e condanno fermamente l’incidente riprovevole che ha scosso non solo la nostra comunità ma le fondamenta stesse dei nostri valori”.
I vescovi del Comitato permanente della Conferenza episcopale del Cile hanno diffuso ieri un messaggio in cui ricordano che “la violenza non è mai una via legittima”, alla luce dei recenti eventi violenti nei territori mapuche del Centro Sud, fatti che “sono motivo di grande tristezza e indignazione nel nostro Paese”, esprimendo la loro solidarietà alle famiglie e alle comunità colpite.
Croci divelte dai tetti, bibbie e cimitero profanati, almeno cinque chiese bruciate, cristiani costretti a fuggire dalle proprie case, molestati e picchiati, oggetti di valore saccheggiati: è accaduto ieri, 16 agosto, a Jaranwala, a 30 chilometri da Faisalabad, nello Stato del Punjab in Pakistan, dove una folla inferocita di cinque o seimila persone, urlando slogan estremisti, ha dato alle fiamme e vandalizzato numerose chiese e case appartenenti alla minoranza cristiana locale, circa 10.000 persone.
Parla al Sir da Fiume, in Croazia, padre Stanko Perica, direttore generale del Jesuit refugee service per l’Europa Sud Est: “Attualmente i numeri sono abbastanza alti, come avviene sempre in estate. So che c’è un aumento rispetto all’anno scorso ma non riusciamo a sapere quanti sono. Non ho più sentito di respingimenti a catena tra Italia, Croazia e Bosnia ma ci sono ancora casi di ragazzi picchiati dalla polizia croata"
Domenica scorsa sette persone, tra cui una neonata, suo fratello di 12 anni e i loro genitori, sono state uccise dai bombardamenti nella regione. Da una Kherson sotto attacco parla padre Ignatius Moskalyuk, rettore del locale monastero basiliano di San Volodymyr il Grande. Come vive un prete in guerra? “L’unica risposta che in questo momento mi viene in mente - dice - è l'immagine di un buon pastore che prende sulle sue spalle le pecore ferite, le cura e condivide con loro il dolore. Vivere in tempo di guerra significa vivere sapendo che ogni giorno può essere l'ultimo della vita”
L’Ecuador si appresta a vivere l’ultima settimana di campagna elettorale nella paura e in stato d’emergenza, dopo l’assassinio, il 9 agosto scorso, del candidato alla presidenza (con qualche chance di giungere al ballottaggio, in un contesto molto frammentato) Fernando Villavicencio, giornalista noto per le sue denunce contro il narcotraffico e la corruzione.
Le Catholic charities delle Hawaii, con sede centrale ad Honolulu, hanno lanciato unaraccolta fondi on line per aiutare le popolazioni colpite dai devastanti incendi a Lahaina, nell’isola di Maui, dove hanno perso la vita almeno 93 persone e sono andate distrutte circa 3.000 abitazioni.
“Il crollo del Ponte Morandi a Genova ha rappresentato un drammatico appello alle responsabilità di quanti sono incaricati di attendere ad un pubblico servizio, sia di coloro che provvedono, sul terreno, alla erogazione agli utenti, sia di chi deve provvedere alla verifica delle indispensabili condizioni di sicurezza”.