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Aule studio, un punto di ristoro, una cappellina per la messa settimanale. E un giardino che, tempo permettendo, diventa un’aula all’aperto nel centro di Padova. È il Centro universitario della Diocesi, e la sua esperienza è arrivata in Vaticano: era tra quelle presentate alla tavola rotonda del primo giorno del Congresso internazionale di pastorale scolastica e universitaria, promosso dal Dicastero per la cultura e l’educazione il 22 e 23 ottobre nell’aula Paolo VI.
Il titolo scelto per i lavori era “Disegnare nuove mappe di speranza”. In apertura c’era la relazione del prefetto, il card. José Tolentino de Mendonça, poi relatori arrivati da ogni continente: Africa e America Latina, diversi paesi d’Europa, il Libano, gli Stati Uniti. Giovedì 22 ottobre, nella tavola rotonda dedicata a “Partire dalla pratica”, ha preso la parola don Giorgio Bezze, direttore del Centro universitario e responsabile della Pastorale per l’educazione e la scuola, la cultura e l’università della Diocesi di Padova. Accanto a lui sedevano il prof. Grégoire Maloba, docente dell’Università cattolica della Repubblica democratica del Congo, il diacono Joseph Herveau, responsabile nazionale della pastorale scolastica del Secrétariat Général de l’Enseignement Catholique francese, e tre rappresentanti del Patto educativo globale voluto da papa Francesco nel 2019.
Per il Centro è un riconoscimento che arriva dopo quasi sessant’anni di storia: un luogo di soglia dove gli universitari trovano accoglienza, spazi e proposte, aperto al mondo e attento ai cambiamenti culturali. «Il Centro universitario è un luogo di dialogo tra Chiesa e Università, tra cultura e città – spiega don Bezze – ed è frequentato ogni giorno da centinaia di giovani di varie età e provenienze, iscritti a tutte le facoltà».
Numeri che farebbero gola a qualunque parrocchia. «Sono un prete fortunato – sorride il direttore – perché ogni giorno incontro molti più giovani rispetto a un qualsiasi altro prete in parrocchia». Ma la presenza da sola non basta. «Ciò non significa – ammette – che tutti i ragazzi che frequentano il Centro universitario partecipino alle nostre proposte culturali e spirituali, o tantomeno all’Eucaristia. Quando un giovane entra qui per la prima volta, pensa sia un luogo come tutti gli altri, una semplice aula studio. Viene innanzitutto per i servizi offerti e per la posizione comoda rispetto alle sedi universitarie».
Uno su cinque, o poco meno. Tra gli studenti del Centro, che don Bezze paragona a una sorta di “cortile dei gentili”, solo una quota vicina al 20% ha alle spalle un percorso ecclesiale o parrocchiale. Gli altri sono di altre fedi, si dichiarano non credenti oppure sono indifferenti, assorbiti quasi soltanto dallo studio. Prevale la dimensione razionale e la domanda di Dio resta spesso assente o sfuggente. Da qui la domanda che il Centro si pone: come risvegliare una relazione con il Signore abbandonata da tempo, o mai davvero cominciata?
Il primo passo è “stare con”. E nell’ascolto e nella condivisione di tutti i giorni «ti accorgi – prosegue don Bezze – di chi sono davvero questi ragazzi: giovani capaci a loro volta di ascoltare, sensibili a tante questioni umane, ma estremamente fragili sul piano affettivo e della resilienza, dove lo studio può diventare persino una fuga da se stessi e dalla realtà. Hanno una grande ricchezza umana, non sono poveri, né vuoti, né indifferenti. Cercano il senso della vita e, in definitiva, cercano Dio, ma con modalità e in luoghi diversi da quelli che noi siamo abituati a pensare».
Giovani impegnati nel sociale, nella cura della terra, o semplicemente attenti a chi hanno accanto. «Testimoniano pagine di Vangelo – osserva il sacerdote – che difficilmente si trovano all’interno di certe istituzioni ecclesiali. I giovani del Centro universitario mi ricordano che lo spazio di Dio è la vita stessa».
È la speranza che il direttore ha portato in aula Paolo VI. «L’esperienza al Centro mi fa comprendere che non siamo di fronte alla fine del cristianesimo, bensì al suo compimento – conclude don Bezze – La fine è ciò che si teme, il compimento è ciò che si spera, anche quando non riusciamo ancora a dargli una forma. È il compimento di un cristianesimo che genera un’umanità riuscita e produce fraternità, prima ancora che religione».