Idee
Se c’è una presenza costante nella produzione di Fabrizio De Andrè, questa appartiene alla dimensione religiosa. Non solo per le canzoni più ascoltate, e cantate in quelle che erano allora le messe beat, come “Spiritual”, ma anche quelle contenute nei dischi-concept, vale a dire concentrati su un argomento preciso: è stato il caso di “La Buona Novella”, eravamo nel 1970, ispirata soprattutto a due testi non riconosciuti nel canone evangelico: il protovangelo di Giacomo e il cosiddetto Vangelo arabo dell’infanzia.
E’ vero che il cantautore genovese non si è mai dichiarato credente in senso tradizionale, ma è su questo “tradizionale” che dobbiamo intenderci per capire il suo messaggio. Il dubbio, il sospetto della esclusiva umanità, seppure mirabile, di Gesù, o di un Cristo fuori dalla dottrina ecclesiale, la visione del suo passaggio come cura verso i sofferenti, i peccatori incalliti, gli ultimi della terra fanno parte integrale del cammino dell’uomo De Andrè. Un cammino in perenne mutamento e mai fermo una volta per tutte.
Se non accettiamo questo e ci basiamo solo su affermazioni appartenenti a momenti precisi del suo umano percorso, allora rischiamo di costruirci un quadro assai approssimativo della vera essenza di quel viaggio, iniziato il 18 febbraio 1940 e terminato nel gennaio 1999.
Perché, lo dicevamo in apertura, in realtà l’elemento religioso è una costante delle sue canzoni, anche quando, e lo ha fatto molto spesso, collaborò con altri: è il caso del disco dei New Trolls, “Senza orario e senza bandiera”, in cui quasi tutti i testi portano la firma sua e quella del poeta, anche lui genovese, Riccardo Mannerini: tra tutti, e siamo nel 1968, in piena contestazione -anche contro la Chiesa-, spiccano “Signore, io sono Irish” e “Padre O’Brien”, quest’ultima un omaggio commosso ad un missionario che lascia come testamento queste parole: “date l’amore che c’è in voi, non solo la pietà”.
Un cristianesimo che deve farsi testimonianza radicale e scendere tra i derelitti per tornare ad essere luce per quei giovani, e non solo, che pur impegnati ideologicamente, sentivano che quella ideologia non bastava. Perché la fame rimaneva fame, e migliaia di persone intanto continuavano a morire, per quella fame, per le malattie, per la violenza degli uomini.
E quando De Andrè si rivolge a Maria, emerge la sua ammirazione, e la fascinazione di una ragazza che secondo alcuni apocrifi è rimasta anni ed anni nel tempio, prima di essere “ceduta” a quello che poteva sembrare l’uomo più adatto. Se in “Il sogno di Maria” emerge la contestazione di una ufficialità sacerdotale che non ha alcun riguardo per una fanciulla e per la donna che ne sboccia, d’altra parte si percepisce un fascino abissale, che però, e qui sta la grandezza di De Andrè, riesce a trovare la strada delle umane parole: “l’angelo scese, come ogni sera,/ad insegnarmi una nuova preghiera:/ poi, d’improvviso, mi sciolse le mani/e le mie braccia divennero ali”.
Con una conclusione in cui quella commozione diviene ammirazione per un sì quasi inconsapevole a Qualcosa che trascende le umane intelligenze: “E la parola ormai sfinita/ si sciolse in pianto,/ ma la paura dalle labbra/ si raccolse negli occhi/ semichiusi nel gesto/ d’una quiete apparente/ che si consuma nell’attesa/ d’uno sguardo indulgente.”
Anche quando De Andrè si rivolge direttamente a Dio, lo fa nella percezione di un Dio di misericordia, che accoglie l’anima di chi come Luigi Tenco non ha resistito al dolore e al senso di fallimento: “Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia/ vedrai, sarai contento”.