Idee
Succede che di fronte alle tragedie della guerra, che ogni giorno entrano nelle non ci siano parole per esprimere lo sbigottimento e lo sconcerto. Si rimane in un silenzio che lungi dall’essere un vuoto diventa un’attesa di segnali anche lievi di speranza in un cessate il fuoco per sempre. In quest’attesa prende la parola la poesia con la sua delicata forza di esprimere qualcosa oltre le immagini e i racconti.
Alcune poesie ricordano la guerra 1915-18. Così scriveva nel 1916 Giuseppe Ungaretti in San Martino del Carso: “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel mio cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato”. Cosa ha insegnato e cosa insegna la memoria? Rispondono le città di Palestina, Ucraina, Libano, Siria, Sud Sudan e altre ancora. Città devastate dalla furia di chi ricorre alla guerra rimuovendo le severe lezioni della storia. Ma come è possibile scrivere poesie mentre morte e distruzione non si fermano neppure di fronte all’inerme, all’innocente?
Risponde Hend Joudah nata nel campo profughi di al Bureij a Gaza, nella raccolta “Il loro grido è la mia voce” (Fazi editore, 2025) “Cosa significa essere poeta in tempi di guerra? Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco delle strade, ai bambini pallidi prima dopo la morte, e al volto di ogni madre triste o uccisa”. Il poeta non è chi vive in un altro mondo, è chi cammina a occhi aperti tra le macerie dei palazzi e le tende dei campi profughi dove la fame e le malattie uccidono soprattutto i più fragili, i bambini, le donne, gli anziani. C’è un monito rivolto agli adulti di Paesi che non si pensano in guerra ma che sono nel tempo della guerra. “I bambini – scrive Bertolt Brecht -. giocano alla guerra. È raro che giochino alla pace perché gli adulti da sempre fanno la guerra, […] E pace è ancora non avere fame non avere freddo o non avere paura”.
Gli fa’ eco Gianni Rodari con una delle sue filastrocche poetiche: “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra”. Ecco il messaggio educativo per la pace che gli adulti dovrebbero consegnare ai piccoli perché in loro e con loro nasca e cresca la cultura della pace fondata sul rispetto della dignità di ogni persona. Potrebbe scuoterli dal torpore la predica del Natale 2023 di Munther Isaac, pastore luterano di Betlemme? “Noi palestinesi – scriveva – ci risolleveremo, l’abbiamo sempre fatto anche se questa volta sarà più difficile. Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare mentre ci sterminavano. Non so se potrete mai risollevarvi”. Non è una poesia ma apre il libro di poesie da Gaza “Il loro grido è la mia voce”. Un grido che si leva da altre città delle cui case “non è rimasto che qualche brandello di muro” e di coloro che le abitavano “non è rimasto neppure tanto”.