Fatti
Il ritrovamento di dieci corpi di migranti sulle coste del Mediterraneo riporta al centro una tragedia che rischia di essere sommersa dall’abitudine e dall’indifferenza. Nel giorno che apre il tempo di Quaresima, il vescovo di Trapani invita l’Europa e l’Italia a non “indurire il cuore” davanti a morti che interrogano la coscienza collettiva. Tra preghiera, responsabilità condivisa e dignità dei corpi, mons. Pietro Maria Fragnelli riflette sul senso umano e cristiano di una frontiera che continua a restituire vittime.
Eccellenza, dieci corpi di migranti ritrovati sulle coste del Mediterraneo. Che cosa le ha suscitato questa notizia?
È difficile, in questi tempi, riuscire ad avere attenzione su questioni così drammatiche, travolte da una congerie continua di informazioni. Ma ciò che mi preoccupa ancora di più è la difficoltà, nella nostra epoca, di leggere anche le situazioni più tragiche con il cuore, con una capacità di visione globale. Nel giorno che apre la Quaresima, leggendo “Non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore”, ho sentito il bisogno di dire: ‘Europa, non indurire il tuo cuore; Italia, non indurire il tuo cuore. Perché, se il cuore si chiude, non si è più capaci di riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi, nemmeno ciò che bussa alla nostra porta’.
Quando ha saputo la notizia, lei ha reagito celebrando una messa in cattedrale. Qual è il significato di questo gesto?
Mi sono chiesto: “Che cosa possiamo fare?”, perché qui non si muove nulla. È impossibile non fare un discorso umano e cristiano davanti a certe situazioni. Ho colto l’occasione della memoria liturgica di santa Bakhita, una schiava redenta da un incontro che le ha restituito dignità e vita. Abbiamo voluto celebrare la possibilità della redenzione. Quindi, il pensiero è andato a queste vittime del Mediterraneo.
Ha detto di sentirsi quasi “assediato” dai morti del Mediterraneo. Che cosa intende?
Essere vescovi su questa frontiera significa sentire che i morti arrivano, ci interrogano. Perché questo accade? Perché io, e con me tanti fratelli europei, non siamo capaci di aprire gli occhi e di rinunciare a un cuore indurito. Quella celebrazione era il minimo che potessimo fare, che dal punto di vista cristiano è il massimo. Perché pregare non è poesia: è fede.
Pregare significa far cadere i muri di Gerico. E oggi questi muri devono cadere in Europa e non solo in Europa. C’è una cultura che invece li sta rialzando.
Un corpo su una spiaggia, nelle dinamiche delle migrazioni, è anche biopolitica…
Ci interroga profondamente. Pensiamo a chi opera nel Mediterraneo, come gli uomini e le donne della Marina: persone che non svolgono solo un lavoro, ma vivono una vera missione. Il problema è che tutti noi, come cittadini italiani ed europei, dobbiamo continuare a restare umani di fronte a queste vicende. È facile, come ha detto più volte Papa Francesco, voltarsi dall’altra parte.
Ma anche con la linea che ci indica Papa Leone dobbiamo dire che c’è una responsabilità che diventa sempre corresponsabilità.
Non è delegabile solo ai militari o a qualche restrizione giuridica. Serve lavorare insieme, con uno sforzo comune, anche sul piano della prevenzione. Ciò che accade oggi ci interpella in modo diretto: dobbiamo governare questi fenomeni, nei limiti del possibile, senza perdere di vista la dignità umana.