Chiesa | Diocesi
Dagli anni Sessanta del Novecento a Montagnana è presente un monastero di Clarisse, ospitato nell’antico convento dei frati minori annesso alla chiesa di San Francesco. Il monastero è un punto di riferimento e negli ultimi anni è cresciuto il riconoscimento da parte del territorio.
«Le richieste di collaborazione sono aumentate – racconta suor Sara Bacchiega – vanno dai ritiri in preparazione ai sacramenti, che coinvolgono i ragazzi e i genitori, agli incontri con ragazzi delle superiori, cosa che ci i permette di conoscere il mondo dei giovani e soprattutto la profondità del loro cuore e delle loro riflessioni, che spesso ci stupiscono e rompono l’immaginario spesso stereotipato che se ne ha. Ci sono poi singoli che chiedono un accompagnamento spirituale e molte persone che chiedono il sostegno nella preghiera in momenti particolari della loro vita. Tutto questo ci permette di conoscere le piccole storie quotidiane delle persone e di riconoscere in esse il passaggio del Signore. Non solo noi siamo un punto di riferimento per le persone, ma anche le persone sono un aiuto per vivere la nostra vita».
La vostra infatti è una scelta controcorrente, di ritiro e preghiera: è ancora attuale nel nostro mondo?
«Io la definirei una scelta evangelica. Doroteo di Gaza, un monaco del deserto del IV secolo, diceva che quanto più siamo vicini a Dio, tanto più siamo vicini ai fratelli e viceversa! La nostra forma di vita non è una fuga dal mondo, un “ritirarsi” nella solitudine, ma un farsi spazio accogliente per l’altro, per l’umanità che bussa alla porta del nostro monastero. Possiamo paragonarci al locandiere cui è affidato l’uomo ferito nella parabola del buon samaritano: il suo compito è solo lasciare la porta aperta, accogliere chi arriva e prendersene cura gratuitamente per poi lasciarlo andare. Forse è questa gratuità e accoglienza a sorprendere».
Perché una giovane dovrebbe poter pensare di farsi clarissa?
«Non saprei il “perché”, ma il “per Chi”, questo si! È l’incontro con la Misericordia, con l’Amore, con un Padre che ti ama così come sei, senza pretendere che tu sia diversa, senza voler nulla in cambio se non che tu sia il meglio che sei, che tu sia felice. Credo che sia l’incontro con un volto, con una persona che testimonia questo Amore, che può cambiare la vita e iniziare un cammino».
Dopo 800 anni, in cosa Chiara e Francesco sono ancora “vivi”?
«Francesco e Chiara sono stati una “traduzione vivente”, nel loro tempo, del Vangelo. E proprio perché autentica, la loro vita parla ancora, annuncia ancora Cristo! La loro vita rimane un annuncio di bellezza, di semplicità e di amore per Cristo, per l’umanità e per il creato. In modo più attuale, l’altissima povertà e la fraternità, che Francesco chiamava “minorità” e la “santa unità”, sono ancora il centro e il senso della nostra vita».
Un monastero di clausura tra le case di una cittadina, in pieno 21° secolo. È qualcosa di fuori dal tempo? Forse, eppure a sentire la testimonianza di una di queste religiose, suor Sara, la scelta di vivere “fuori” dal mondo invece di isolare riporta ancora più al centro, come dimostra il fatto che cresce il numero di gruppi e singoli che cercano il contatto con le consorelle. L’ispirazione sono le vite di Francesco e Chiara, che sono un annuncio di bellezza, semplicità e amore per Cristo, l’umanità e il Creato.