Fatti
È da un mese che, a pochi passi da casa nostra, migliaia di manifestanti affollano le strade di Tirana chiedendo le dimissioni di Rama, tacciato di corruzione e alto tradimento: il motto è “l’Albania non si vende”. Il premier minaccia il pugno duro mentre accusa Mosca e Teheran di fomentare i torbidi. La vertenza attiene all’operazione con cui Jared Kushner, genero di Trump, intimo di Netanyahu e in affari con i banchieri Rothschild – creditori del Tycoon per averne salvato l’impero immobiliare dalla bancarotta – volge ad acquistare per 4 milioni di dollari l’isola di Sazan, per edificarvi un resort di lusso cofinanziato da capitali qatarioti distribuiti in sei società olandesi. Per ora la piazza ha ottenuto la sospensione della vendita, ma continua per vedere abrogata la legge che permette simili speculazioni sul demanio pubblico. Al di là della questione giuridica, l’osservazione congiunta dei soggetti coinvolti e della posizione dell’isola, al crocevia geostrategico di interessi imponenti, offre un inquadramento di tendenze che senz’altro riguardano l’Italia.
L’occupazione italiana (1939-1943) fece di Sazan un presidio militare del Canale d’Otranto, boccaporto tra Adriatico e Mediterraneo. Il governo comunista potenziò le fortificazioni disseminando migliaia di bunker antiatomici e una rete di tunnel estesa per 16 km, concedendo all’Urss una base per sottomarini nella prospiciente baia di Valona. Ma il controllo del tratto marino oggi è viepiù prezioso. La gestione dell’accesso infatti ricade sui flussi da e verso porti del calibro di Trieste, terminal della Via del Cotone (Imec) tra India, Vicino Oriente ed Europa, lanciata da Biden al G20 del 2023 per contrastare la Via della Seta cinese (che pure includeva l’attracco giuliano prima che Roma recedesse su richiesta di Washington). Oggi il progetto risulta oltremodo caldeggiato da Israele, che si intesta la valenza di snodo della rotta via terra che aggirerebbe Hormuz.
Sempre nel quadrante otrantino passa il Tap con innesto a Meledugno (Le), ramo meridionale del corridoio gasiero tra Azerbaigian ed Europa. E ancora per il Canale dovrebbe transitare l’EastMed, il gasdotto progettato nel 2019 dagli Usa per portare in Europa il metano dei giacimenti nel Mediterraneo orientale, inclusi quelli prospicienti la Striscia di Gaza. Sospeso da Biden allo scoppio della guerra in Ucraina per non alienarsi la sponda della Turchia nella sfida con la Russia, oggi il progetto torna al vertice dell’agenda israeliana, che confida nei vantaggi ricavabili dal cosiddetto Board of Peace.
In tale cornice si iscrive la famiglia Kushner, finanziatrice di Habad Lubavitch, “corrente chassidica israele messianico universale”, movimento di risveglio spirituale dell’ebraismo ortodosso, nato nel XVIII secolo, fondato sul misticismo e sulla guida carismatica dei Rebbe. Anche in Italia, negli anni della Dottrina Bush, il movimento ultraortodosso ricevette le attenzioni apologetiche a mezzo stampa. Ma, al netto del tema escatologico, l’operazione accende i fari sulla possibile penetrazione balcanica dei capitali statunitensi e israeliani, che rivaleggiano con quella turca sempre più specializzata nei settori della cybersicurezza e delle tecnologie militari. Segnatamente
l’Albania di Rama, membro del Board of Peace, si presta come trampolino verso ovest della presenza del governo di Tel Aviv, già attivo con l’incetta di terreni nel Salento grazie agli investimenti di società cofinanziate da capitali israeliani per l’istallazione di impianti fotovoltaici e relative reti.
Il fenomeno non è soltanto pugliese: se l’estate scorsa sulla stampa marchigiana erano divampate le polemiche per le vacanze defatiganti sotto scorta offerte a Porto San Giorgio e dintorni a ufficiali dell’Idf dopo lo stress di Gaza, oggi il salto di qualità si colloca in Valsesia, dove il “Progetto Baita” dà corpo al ripopolamento dei borghi grazie alle facilitazioni offerte a circa 250 cittadini israeliani disposti a trasferirvisi, con la prospettiva di instaurare un polo per lo sviluppo della IA e della IT security collegato alle strutture della madrepatria. Il tutto a fronte di un’ospitalità offerta dai locali a famiglie gazawi al momento però non ancora giunte.
Sono tessere di un più ampio disegno che descrive la cosiddetta “Strategia della Periferia”, dottrina varata diversi decenni fa da Tel Aviv per ovviare all’isolamento regionale, ma che oggi prende le forme di una variegata presenza concessionaria in settori strategici. In conclusione, alla società albanese l’onere e l’onore di trasmettere, fuori confine, un segnale esemplare di questa presa di coscienza: ridare alla sovranità democratica il diritto far sentire la propria voce, per non trovarsi definitivamente ridotta a spettatrice inerte.