Idee
La storia, l’eredità dei “padri fondatori”, i valori comuni, la democrazia e i diritti, le acquisizioni concrete, l’economia e la pace, le sfide attuali e le pressioni esterne, fino all’America first… Il punto sull’integrazione europea, in un mondo che sembra perdere i punti di riferimento, con Jean-Dominique Durand, francese, storico, studioso di storia della Chiesa, esperto di temi internazionali, è stato assessore al Comune di Lione per sei anni e consigliere culturale dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede.
Professore, la storia della “costruzione” europea poggia su alcuni valori di fondo, inscritti nei Trattati e diventati – non senza errori e ritardi – prassi: la pace, anzitutto; la solidarietà tra i popoli e gli Stati membri; il rispetto e la valorizzazione delle diversità culturali, tradizionali, linguistiche; l’azione economica per il benessere dei cittadini e dei territori; l’apertura al mondo… A suo avviso, in questa fase storica i valori fondativi rimangono attuali? Hanno qualcosa da dire a questo tempo?
Ha ragione a ricordare i valori fondamentali sui quali l’idea di unità europea poggia, in realtà, da secoli. Il sogno europeo non nasce nel Novecento. Dal Medioevo, diversi progetti per unire i popoli europei sono stati immaginati… Possiamo almeno evocare il Progetto di pace perpetua del filosofo Emmanuel Kant del 1795, o lo scrittore Victor Hugo e il suo discorso al Congresso della Pace dell’agosto 1849, nel quale lanciò un appello alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Si trattava sempre di unire per assicurare tempi di pace. Ma la pace non è stata mai fatta in Europa e il nostro continente ha visto tante guerre sanguinose, crudeli, rovinose, fino alle guerre mondiali degli anni 1914-18 e 1939-45. Nel 1945, l’Europa è distrutta, devastata. Quando, il 25 aprile 1945, gli eserciti sovietico e americano s’incontrano sul fiume Elba, l’Europa non esiste più. Eppure il sogno di un’Europa nuova, unita, riconciliata con se stessa non è stato mai abbandonato anche nella notte più profonda dei campi di concentramento, dell’Europa sotto il giogo nazista. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, rinchiusi a Ventotene, scrivono negli anni del secondo conflitto mondiale, il loro Manifesto per un’Europa libera e unita; la fiamma della speranza europea nutre le riflessioni di numerosi movimenti di Resistenza, in particolare della Resistenza spirituale in tutta l’Europa. Una fiamma debole, fragile, che ha però illuminato la strada che ha portato al 9 maggio 1950, con l’avvertimento di Robert Schuman nella sua famosa Dichiarazione: “L’Europa non è stata fatta, abbiamo avuto la guerra”.
La storia, dunque, ci parla…
Certamente. Il coraggio, la fede nell’avvenire, la volontà politica di alcuni uomini di Stato, tra i quali numerosi cristiani come Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, hanno permesso di sorpassare l’orrore del nazismo. Il destino di Simone Veil, deportata ad Auschwitz a 15 anni, sopravvissuta alla Shoah, che diventa nel 1979 la prima presidente del Parlamento europeo eletto a suffragio universale, dovrebbe guidarci oggi. Tale destino ha molto da dire al nostro tempo. Ha molto da dire per combattere il pessimismo, l’individualismo, l’egoismo, l’odio, particolarmente l’odio antisemita, che tendono a distruggere il tessuto sociale e la pace, la pace sociale come la pace internazionale.
In una sua recente relazione, tenuta a Roma e intitolata “Ripensiamo l’Europa”, lei affermava: “La costruzione di un’Europa sempre più unita resta un grande successo, anche se l’Europa di oggi non è quella pensata dai fondatori”, per poi parlare di “grandi successi, ma incompiuti”. Cosa intendeva dire?
I successi sono evidenti. La pace innanzitutto all’interno dell’Unione europea. La riconciliazione tra la Francia e la Germania, ma anche tra l’Italia e l’Austria, o tra la Polonia e la Germania, sono eventi storici enormi, perché a un certo momento i popoli, ben guidati da uomini di Stato che vedevano lontano (senza fermarsi ai sondaggi),
hanno deciso di rinunciare al nazionalismo, inevitabilmente portatore di conflitti, per costruire un destino comune diverso: di pace, di amicizia, di scambi, di sviluppo economico e sociale.
Il primo grande successo fu dapprima la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), cioè la gestione condivisa dei prodotti che erano ancora negli anni ‘50, alla base di ogni sforzo di guerra: appunto il carbone e l’acciaio. La Ceca portato a un lavoro comune che costringeva gli ex belligeranti (rinunciando a una quota di sovranità) a lavorare insieme, a pensare, a costruire insieme un mondo nuovo. È forse difficile oggi capire lo sforzo che fu necessario per sorpassare le vecchie abitudini di antichi nemici, abbandonando i riflessi nazionali, per non dire nazionalisti, per aderire a un’azione comune. L’idea di “Comunità europea” è stata un’idea potente.
Oltre le idee, sono poi giunti passi concreti, non è vero?
In seguito l’Europa ha tracciato diversi solchi: la politica agricola comune, l’Europa Verde, la pesca, la libera circolazione delle merci e delle persone, la solidarietà tra le regioni, la moneta unica, l’allargamento a nuovi Paesi tornati alla democrazia – la Spagna, il Portogallo, la Grecia –, più avanti la capacità di accogliere i Paesi liberati dal comunismo. Perché unire l’Europa significa anche rafforzare la democrazia. In 75 anni, l’Europa ha saputo adottare numerosi strumenti per rafforzare l’unione. Una realizzazione forse tra le più significative, e con conseguenze difficili ancora da misurare, è il progetto Erasmus, con la circolazione degli studenti tra le università: come frutto c’è la formazione di generazioni che ignorano i confini e uniscono le culture. Eppure i fallimenti non mancano.
Quali?
Il più preoccupante è il fatto che la logica federatrice, la volontà di creare una vera federazione europea, è mancata. La Nazione resta il principio di base dell’Europa: sono sotto gli occhi di tutti le difficoltà ad assumere decisioni forti. L’Europa non riesce a salire al livello degli Stati Uniti, della Russia o della Cina. Nonostante la sua potenza economica, resta un mondo diviso in piccoli Stati. Anche dal punto di vista culturale, gli europei non hanno una coscienza europea precisa. Le istituzioni assai complesse nel loro funzionamento, controllate da un mondo di funzionari e di tecnocrati lontani dalle realtà locali, non permettono di fare nascere e vivere tale coscienza. In questo senso, il sogno dei fondatori è stato realizzato solo in parte. Il fallimento del progetto di Unione politica e di Comunità europea di difesa del 1954 ha significato una svolta.
A quel punto, la costruzione europea ha preso un orientamento innanzitutto economico, quindi tecnico. I frutti sono straordinari – pensiamo alla moneta unica, l’euro – ma l’unione politica non esiste ancora.
È il senso dell’esortazione di Papa Paolo VI indirizzata pochi mesi dopo la sua elezione al pontificato, nel settembre 1963, ai giovani della Fuci riuniti in congresso: “Siamo persuasi che la soluzione della questione [dell’unità europea] esiga, sì, una serie di ordinamenti unificatori su diversi piani: economico, tecnico, militare, politico, ma reclami non meno la formazione di una mentalità, la diffusione di una cultura comune; senza di questa, l’unità europea non si potrà veramente raggiungere; e quando raggiunta per certi determinati scopi, sarà una somma di addendi estranei gli uni agli altri, se non forse contrastanti; fenomeno perciò incompleto e fragile”.
Oggi l’Europa sembra soffrire una sorta di “psicosi da accerchiamento”: al suo esterno si sperimentano la caduta del diritto internazionale e il ritorno alla “legge del più forte”; all’interno si sono diffusi nazionalismi e populismi che minano le stesse basi dell’integrazione europea. Condivide l’analisi? Ci sono, invece, elementi positivi che andrebbero messi in luce?
Il mondo è tornato pericoloso, probabilmente molto più pericoloso del tempo della Guerra fredda, perché a quel tempo c’erano due potenze che avevano le loro logiche, e il mondo era diviso in due parti. Oggi, il mondo è diventato assai complesso, moltipolare, con un personale politico troppo spesso imprevedibile. La lettura degli eventi, dei “segni dei tempi” è diventata un’esercizio difficile.
L’Europa stessa è profondamente divisa. Diversi Stati anche membri dell’Unione europea sono tentati da un neonazionalismo, identificato a volte come un populismo, con anche tentativi per limitare la democrazia.
L’aggressione della Russia contro l’Ucraina diventa per l’Unione europea un specie di tumore, con l’introduzione di un’opposizione fondamentale molto preoccupante per l’Unione, tra pro-Russia e no. La Russia sta insinuandosi con una grande capacità di danneggiare le democrazie europee, non soltanto con i suoi missili, ma più sottilmente con una politica di influenza che distrugge le coscienze democratiche. D’altra parte gli Stati Uniti, oggi, promuovono un nuovo nazionalismo, l’America first, guidato dall’ossessione del proprio interesse economico, senza più nessuna dimensione etica. Queste due sfide, senza dimenticare la Cina e il Sud globale, sono di fatto degli attacchi contro la civiltà europea, la sua eredità umanistica, cioè la promozione della pace, del benessere dei cittadini, dei diritti umani, della solidarietà tra i popoli, dello sviluppo economico e umano, della difesa dell’ambiente. L’elemento positivo da sottolineare, invece, è il fatto che gli europei cominciano a reagire a questa doppia sfida, a capire che la loro sovranità, che la loro libertà sono un blocco indivisibile, che deve essere difeso tutto insieme. Tale presa di coscienza arriva tardi, ma è la via per rilanciare l’integrazione europea. Speriamo che non si troppo tardi.