Idee
Quando una famiglia attraversa un momento di crisi, che si tratti di difficoltà economiche, problemi di salute, conflitti relazionali o altre sfide, può sembrare che tutte le energie siano assorbite dal problema stesso. Eppure, anche nelle situazioni più complesse, ogni famiglia possiede risorse interne, competenze e punti di forza che possono essere attivati per affrontare le difficoltà. Il compito degli psicologi e degli educatori che lavorano con le famiglie non è quello di “risolvere” i problemi al posto loro, ma piuttosto di aiutarle a riconoscere, valorizzare e utilizzare queste risorse già presenti. Questo approccio, fondato sui principi della psicologia di comunità, si basa su una convinzione fondamentale: le famiglie non sono contenitori passivi di problemi da “riparare”, ma protagoniste attive del proprio percorso di cambiamento. L’empowerment familiare è un processo attraverso il quale le persone acquisiscono consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie decisioni e comportamenti, sia nelle relazioni personali che nel contesto ambientale. Non si tratta semplicemente di fornire informazioni o risorse dall’esterno, ma di accompagnare la famiglia in un percorso di scoperta e potenziamento delle proprie capacità. Questo processo si articola su tre livelli interconnessi:
Un aspetto cruciale è che l’empowerment non è un evento che accade una volta per tutte, ma un processo continuo che si sviluppa nel tempo. Le famiglie non diventano “empowered” dopo un singolo intervento, ma attraverso un percorso graduale che costruisce fiducia, competenze e consapevolezza. Immaginiamo una famiglia che sta attraversando un momento difficile. Magari hanno perso il lavoro, o ci sono conflitti importanti, o problemi di salute. Quello che spesso accade è che si sentono sole, incapaci, come se tutto andasse storto e non avessero più risorse per affrontare le cose. Ma qui viene la parte interessante: secondo la ricerca scientifica in psicologia di comunità, questa percezione non corrisponde alla realtà. Anche la famiglia che soffre di più possiede già dentro di sé risorse, capacità, punti di forza. Magari non li vede perché è tutta concentrata sul problema. Ma ci sono. L’empowerment familiare parla proprio di questo: aiutare una famiglia a scoprire quello che sa già fare, quello che ha già dentro, e imparare a usarlo per affrontare la crisi. Non si tratta di dare loro ricette o soluzioni già pronte. Si tratta di accompagnarli a trovare le proprie. Per decenni, i servizi sociali hanno fatto così: arrivano da una famiglia, vedono tutto ciò che non funziona – i debiti, i conflitti, le incapacità – e poi cercano di “aggiustare” quello che è rotto. Ma questo approccio ha un problema: più sottolinei a una famiglia tutto quello che non sa fare, più lei comincerà a crederci. E pian piano diventa sempre più dipendente, sempre più sfiduciata. Adesso sappiamo dalla psicologia che funziona meglio il contrario. Invece di partire dai problemi, si parte dai punti di forza: le cose che la famiglia già sa fare, i momenti in cui ha avuto successo, le risorse che possiede. Questo non significa negare i problemi. Significa vederli dentro a un quadro più grande che include anche le capacità. Quando sentiamo la parola “resilienza”, spesso la immaginiamo come una qualità che alcune persone hanno e altre no. Come se nascessi resiliente o no. In realtà non è così. La resilienza è più come una molla: è la capacità di essere compresso dalle difficoltà e poi rimbalzare su. E le famiglie possono imparare a rimbalzare meglio. Chi ha studiato le famiglie resilienti ha scoperto che hanno tre cose in comune: Le famiglie resilienti non si arrendono davanti ai problemi. Questo non vuol dire che sono ingenue o che negano la difficoltà. Significa che riescono a dare un senso a quello che sta succedendo. “Questa è una sfida che stiamo affrontando insieme.” Oppure “Questo dolore farà parte della nostra storia, ma non sarà tutto.” Spesso attingono a valori importanti – la famiglia, la comunità, la fede – per reggere le difficoltà. E riescono a mantenere speranza: la convinzione che anche in una situazione brutta, qualcosa può migliorare. Le famiglie resilienti sono flessibili. Non rimangono rigidamente attaccate a “le cose si fanno sempre così”. Quando arriva una crisi, riorganizzano i ruoli. Ad esempio, se un genitore si ammala, magari un figlio adolescente assume più responsabilità, o i nonni vengono coinvolti di più. Non è caos – è adattamento intelligente. Allo stesso tempo rimangono unite. I membri della famiglia mantengono legami forti, un senso di “siamo una squadra che affronta questo insieme” piuttosto che “ognuno per sé”. Uno studio sulle famiglie durante la pandemia lo descrive bene: “Oggi, con questa crisi, posso dire di sentirli più vicini”. E non hanno paura di cercare aiuto quando serve. Sanno rivolgersi agli amici, alla comunità, ai servizi quando le risorse interne non bastano. Le famiglie resilienti si parlano chiaramente. Non nascondono completamente i problemi ai figli, ma condividono informazioni adatte alla loro età. “La situazione è difficile, sì, ma l’affronteremo insieme.” Non hanno paura di esprimere emozioni – non solo quelle positive. È okay dire “Ho paura” o “Sono arrabbiato”. E allo stesso tempo è okay dire “Ma credo che ce la faremo.” E soprattutto, affrontano i problemi insieme. Non rimangono isolati ognuno nel proprio dolore, ma ne parlano, cercano soluzioni come squadra. Adesso veniamo al concreto. Come fa un operatore – uno psicologo, un assistente sociale, un educatore – a mettere in pratica questo approccio? Sembra semplice, ma non lo è. Ascoltare davvero significa mettere da parte il tuo cellulare, i tuoi pensieri, la tua fretta. Significa guardare negli occhi. Stare presente. Non planare già la risposta mentre la persona parla. E significa che quando lei finisce di parlare, tu non giudichi, ma ripeti con parole tue quello che hai sentito: “Se ho capito bene, quello che stai dicendo è…” Così la persona sa che è stata veramente ascoltata. Significa fare domande aperte che la invitano a riflettere: “Puoi dirmi di più?” invece di “È vero che…?” che è una domanda che chiude. Quando una famiglia sente di essere veramente ascoltata – non giudicata, non correggita, solo ascoltata – cambia il suo atteggiamento verso il cambiamento. Comincia a fidarsi. E quando c’è fiducia, tutto diventa possibile. Ecco una verità scomoda: se dici a una famiglia cosa deve fare, probabilmente non lo farà. O almeno non con impegno. Ma se aiuti lei a scoprire le proprie ragioni per cambiare, allora è diverso. Invece di dire “Devi comunicare meglio con tuo figlio”, chiedi: “Se riuscissi a comunicare meglio con tuo figlio, cosa cambierebbe nella tua vita? Come ti sentiresti?”. “Quali sono i tuoi valori più importanti? Come si collegano a questa situazione?” “Cosa ti blocca rispetto al cambiamento? Cosa hai paura accada?” Quando una persona trova le proprie motivazioni – non imposte dall’esterno, ma scoperte dentro di sé – allora il cambiamento è molto più probabile. È come la differenza tra fare ginnastica perché tuo marito te lo dice, e fare ginnastica perché vuoi sentirti bene. La motivazione intrinseca è molto più potente. Immagina di insegnare a tuo figlio ad andare in bicicletta. Non lo lasci subito e gli dici “vai!”. Prima lo tieni per le spalle mentre pedala, poi lo tieni leggermente dal sellino, poi corro accanto mentre pedala, finché non è autonomo. Così funziona il supporto alle famiglie. Si chiama scaffolding – un’impalcatura che costruisce gradualmente. Inizi con un piccolo obiettivo raggiungibile questa settimana: “Questa settimana, provate a stare 15 minuti insieme dopo cena, senza distrazioni, per parlare di come è andata la giornata”. Tu fornisci il supporto che serve – magari ti siedi con loro i primi giorni, dai suggerimenti, li aiuti se si bloccano. Ma poi, gradualmente, ti ritiri. La settimana dopo, forse stai meno presente. Poi ancora meno. Finché non riescono da soli. Nel frattempo, celebri ogni progresso, anche piccolo. “Wow, siete riusciti a stare insieme 15 minuti senza che scoppiasse un litigio. La settimana scorsa faceva prima a infiammarsi. È un progresso grande!” Perché gli errori accadono? Bene. Non sono fallimenti. Sono informazioni. “Che cosa abbiamo imparato da questo tentativo? Cosa proveremo la prossima volta?” Oppure chiedi: “Quando è stata l’ultima volta che il problema era meno grave? Cosa era diverso? Cosa avevi fatto di diverso?” Questi momenti in cui il problema era meno presente – le “eccezioni” – mostrano che funzionano già strategie, basta riconoscerle e usarle di più. E soprattutto, aiuta a riconoscere i progressi: “La settimana scorsa mi dicevi che era impossibile. Oggi mi racconti che è successo una volta. È un cambio importante!” Una cosa che abbiamo imparato è che nessuna famiglia affronta le crisi da sola. O almeno, nessuna che sta bene. Le reti di supporto sono fondamentali. Ma non tutte le reti sono uguali. Solo le persone a cui sai di poter contare: un amico che ti ascolta, un nonno che bada ai bambini, un vicino che presta una mano quando serve. Forniscono aiuto pratico (badare ai bambini, fare la spesa quando sei in difficoltà, prestare soldi in emergenza) e supporto emotivo (qualcuno che ti ascolta, ti consola, ti fa sentire meno solo). Il valore di queste reti è immenso. Ma non tutte le famiglie le hanno. Alcuni si sono trasferiti lontano da dove abitavano. Alcuni hanno conflitti non risolti con la famiglia. Alcuni vivono in posti dove il senso di comunità è debole. E allora rimangono isolati. Un genitore che ha un figlio con disabilità, ad esempio, può trovare un gruppo di altri genitori. E lì scopre che non è l’unico. Scopre strategie pratiche. Scopre che le emozioni che prova – la fatica, la frustrazione, ma anche l’amore e la speranza – sono normali. Il valore di questi spazi è psicologico, ma anche molto pratico: sono persone che “ci sono passate”, che capiscono davvero. Quando una famiglia affronta una crisi davvero seria – malattia grave, violenza domestica, problemi di salute mentale – servono professionisti. La cosa migliore è che tutte e tre le reti lavorino insieme, non in isolamento. Un servizio efficace non si sostituisce alla famiglia e agli amici della persona. Li sostiene e li rinforza. Ad esempio, un assistente sociale potrebbe aiutare una persona isolata a connettersi con un gruppo di genitori nel quartiere. O potrebbe facilitare una riconciliazione con un parente con cui c’erano stati conflitti. Se riassumiamo tutto, quello che la psicologia di comunità e clinica ci dice è abbastanza semplice, anche se profondo. Quando una famiglia è in difficoltà, il compito non è “ripararla come un meccanico ripara una macchina”. È accompagnarla a scoprire le forze che già possiede, a costruire fiducia in sé stessa, a connettere con le reti che la circondano, a trovare le proprie soluzioni. Non è facile. Richiede tempo, pazienza, competenza relazionale profonda. Non produce risultati spettacolari da un giorno all’altro. Ma quando accade – quando una famiglia scopre di poter affrontare una crisi, quando ritrova fiducia nelle proprie capacità, quando impara a cercare aiuto quando serve, quando riconosce il valore delle reti intorno a sé – allora qualcosa cambia profondamente. E questo cambiamento dura. Rimane con loro per le sfide future. Diventa parte di come loro stessi si vedono e vedono il mondo. In un’epoca dove le famiglie affrontano pressioni crescenti e le reti tradizionali si sono indebolite, investire nell’empowerment familiare non è solo buona pratica. È necessità. Perché famiglie che sanno di poter affrontare le difficoltà, che sanno dove cercare aiuto, che sono connesse a reti di supporto, diventano comunità più forti e resilienti. E comunità forti, a loro volta, sostengono meglio le famiglie. È un circolo virtuoso. E inizia da qui: dalla convinzione che ogni famiglia, anche la più provata, ha dentro le risorse per farcela.