Sarà il Duomo di Santa Tecla a Este ad accogliere, il 14 maggio alle 21, dom Sandro Carotta, monaco benedettino dell’abbazia di Praglia, che proporrà alcune riflessioni intorno al tema della fragilità. L’intervento, dal titolo “La crepa dell’essere. La fragilità: limite o risorsa?”, indagherà la natura della fragilità costitutiva dell’essere umano, propria del primo Adamo, e la porrà a confronto con la fragilità redenta dell’uomo nuovo, Gesù Cristo. Ad accompagnare i presenti nel percorso, due icone: san Paolo, che nella Lettera ai Corinti parla di vanto nella debolezza (2Cor 12,7-10) e Giuseppe Ungaretti, che, in Sono un uomo ferito, tematizza la caducità e il riscatto.
Dom Carotta, il titolo del suo intervento è “La crepa dell’essere”. Che cosa si intende con “crepa dell’essere”? E come si crea questa ferita?
«L’uomo nasce costitutivamente segnato dal limite, che lo caratterizza sin dalla creazione, della quale Paolo ode il gemito di un travaglio e quindi di un’ardente attesa di redenzione (cfr. Rom 8). E come non ricordare anche, d’altra parte, i versi di Eugenio Montale che riconosce quello che lui definiva “il male di vivere” nel “rivo strozzato che gorgoglia” o nell’“incartocciarsi della foglia riarsa”? La cultura greca l’aveva ben capito: l’uomo è brotòs ossia “mortale”. E, se c’erano delle promesse ultraterrene che magari potevano affacciarsi alla mente, queste non erano altro che cieche speranze. C’è quindi una profonda ferita nella creazione e in particolare nell’uomo. Certo, la riflessione cristiana ha colto nel peccato originale la causa di tutto questo, ma credo che, senza negarne la verità, sia necessario un nuovo approfondimento. Su questo, ad esempio, il teologo Carlo Molari ha scritto delle pagine illuminanti».
In quali occasioni la fragilità è per noi un limite? In quali situazioni invece è una risorsa?
«La fragilità è sempre un limite e può diventare una risorsa: nasciamo fragili e siamo anche fragilizzati (pensiamo anche solo all’invecchiamento, alla malattia e alla morte). Sta a noi quindi farne un’occasione di crescita, cercando di viverla come risorsa. In che modo? Semplicemente accettandola, perché non c’è altra strada. Solo così, credo, se ne può trascendere la sofferenza e pervenire a significati altrimenti ignorati».
Chi sono i più “fragili” al giorno d’oggi? E come viene percepita e considerata la loro fragilità, nel mondo e nella società odierna?
«Credo che non ci siano categorie. Fragili sono coloro che non sono aiutati a vivere la loro situazione esistenziale, che vengono perciò emarginati da una cultura che, come diceva sovente papa Francesco, tende sempre a eliminare gli scarti. È di costoro che la Chiesa deve prendersi cura e soprattutto farsi voce senza timori o paure. Dovremmo imparare l’arte giapponese del kintsugi, che consiste nel riparare la ceramica con polvere d’oro per valorizzare la rottura come aspetto della storia dell’oggetto. I limiti, visti da questa prospettiva, non sono più imperfezioni ma varchi dove la vita può rifiorire».
Come possiamo, dunque, convertire i nostri limiti costitutivi in risorse? Chi o cosa può aiutarci in questo?
«È necessario lavorare su se stessi. Scriveva Epitteto, filosofo greco di epoca romana: “Decidi in primo luogo a te stesso chi vuoi essere”, ossia trova te stesso e impara a dialogare con te stesso evitando l’omologazione (“Non celarti in un coro”, diceva). Questo cosa implica? Una grande libertà e il coraggio di assumere la propria diversità senza cercare sempre l’approvazione degli altri. Per un credente credo sia fondamentale riscoprire la Parola di Dio. Lo sta facendo, direi egregiamente, Massimo Recalcati, il quale trova nella Bibbia quelli che lui chiama gli archetipi per una crescita umana».
Le due icone che accompagneranno il suo intervento saranno san Paolo e Giuseppe Ungaretti: in quali modi i testi di questi autori sono in grado di parlarci delle nostre fragilità?
«Sia Paolo che Ungaretti parlano a noi attraverso la loro testimonianza che poi ha preso corpo negli scritti e in liriche di alto valore poetico ed esistenziale. In ambiti diversi, in storie diverse e su vie diverse hanno incontrato Cristo. Ecco il punto. Un incontro che ha segnato una svolta irreversibile nelle loro vita, ma che soprattutto ha offerto loro uno sguardo nuovo per leggere la storia, certo oscura, buia, piena di contraddizioni, ma che porta nelle sue pieghe un fine salvifico. Ungaretti, in Mio fiume anche tu, rivolto a Cristo, dopo averlo chiamato “fratello e Dio che ci sai deboli”, ne celebra quel dono che “perennemente riedifica umanamente l’uomo”. In queste parole si può leggere il canto della speranza cristiana».