Il 19 e 20 settembre ci troveremo a Cesuna per un weekend formativo rivolto ai dirigenti provinciali e delle strutture di base. Sarà una importante occasione per approfondire e riflettere su quale sia il mestiere che le Acli intendono svolgere e per condividere una piattaforma di pensiero comune. Ma il principale obiettivo di questo nostro appuntamento è definire un ruolo attivo che l’associazione possa svolgere nella nostra Diocesi con la propria presenza e azione sociale.
Questo nostro tempo è segnato da profonde ferite e conflitti diffusi. La garanzia del diritto internazionale che ha rappresentato l’ombrello, sotto il quale tutti ci sentivamo più sicuri, ci appare oggi gravemente indebolita e con essa la possibilità di determinare soluzioni pacifiche ai conflitti in atto. La violenza sembra tornata il linguaggio normale della politica internazionale sostenuta da un “fondamentalismo della verità” per imporre le proprie ragioni agli altri a qualunque costo. In questo nostro mondo in cui la diplomazia, il multilateralismo e le stesse istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, non hanno più alcuno spazio, in cui l’uso della forza diventa il criterio dominante, non vogliamo rassegnarci alla logica della guerra, a uno stato di belligeranza permanente.
Come ci ricorda papa Leone XIV, ponendo attenzione con uno sguardo realistico al mondo attuale, scopriamo che domina Babele: uno scontro a distanza tra imperialismi neocoloniali, tra coloro che vogliono conservare il proprio primato e coloro che aspirano a conquistarlo. L’esito è la molteplicità dei conflitti locali, proprio come aveva previsto papa Francesco quando parlava di guerra mondiale «a pezzi». Ma, allora come oggi, Babele è destinata a finire in tragedia perché si è voluto eliminare il valore della collaborazione, dell’ascolto e del riconoscimento delle diversità che compongono la vita delle comunità. Inoltre, affianca questa grande sfida del presente anche l’immenso potere dei sistemi digitali che rischia di condurci verso nuove forme di sopraffazione. È ancora lo stesso pontefice a porci una domanda centrale su cosa voglia dire «custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», evidenziando come si stia rischiando che i vantaggi economici del formidabile progresso tecnologico in atto ci rendano ciechi nei confronti dei rischi di una loro diffusione priva di regole. Non possiamo ignorare che, in questa quarta rivoluzione industriale, l’umanità sia esposta a un nuovo disordine internazionale.
Le tensioni planetarie stanno distraendo lo sguardo dalle tante fragilità sociali del Paese: anziani soli, giovani che faticano a costruire il loro futuro, famiglie segnate dalla precarietà, difficoltà nell’accesso alla casa. Tutti contesti in cui le persone deboli e i poveri rischiano l’invisibilità, anche nei confronti di quelli che, dentro la comunità cristiana, sono impegnati a costruire legami di prossimità. Si stanno delineando sempre più evidenti i tratti di nuove e profonde emergenze sociali. Gli aclisti come tutti i cristiani sono chiamati a camminare dentro a tutte queste storie; perché anche la nostra, come ogni generazione, ha la responsabilità di dare forma al proprio tempo, di migliorare i luoghi in cui è custodita la dignità di ogni persona, di promuovere la giustizia, di rendere possibile la fraternità.
La recente enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV ci sprona a fare il bene comune, a rendere universale la destinazione dei beni, a estendere la sussidiarietà, a costruire solidarietà e giustizia sociale, cimentandoci in tal modo nel «custodire l’umano». Magnifica Humanitas celebra il 135° anniversario dall’enciclica Rerum Novarum in cui Leone XIII ha dato avvio «a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo Dottrina Sociale della Chiesa».
Il papa ci invita a ricercare senza infingimenti e pigrizie ciò che può costruire la dignità umana, indicando le strade che possano dare risposta alle più angoscianti questioni dei nostri tempi. Ricordandoci che «non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico della vita e delle ferite del fratello e della sorella» e che la religione non è circoscrivibile all’intimità di ogni persona ma che ha la sua influenza sulla vita sociale e sulla salute delle istituzioni democratiche. Insomma, c’è una responsabilità propria dei cristiani, ancor più degli aclisti, nel promuovere e costruire quel «farsi carico» uscendo da ogni forma di rassegnazione e impotenza, ma anche da un comodo equilibrismo divenuto troppo spesso il motivo per rimanere equidistanti. Lungo il cammino tracciato dall’enciclica siamo invitati a considerare che la giustizia sociale non è un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza come se l’economia dovesse semplicemente creare valore in totale libertà e la politica intervenire per distribuirlo. L’agire sociale è assumersi la responsabilità di laici sulle scelte che riguardano tutte le fasi delle attività economiche: dal reperimento delle risorse, al finanziamento della produzione e al consumo. Ogni scelta ha conseguenze morali, anche quella di non scegliere lasciando fare al mercato con le sue enormi disuguaglianze. È responsabilità dell’azione sociale decidere tra concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi o la destinazione universale dei beni, e tra l’accelerazione del paradigma tecnocratico o l’impegno per lo sviluppo umano integrale.
In tempi difficili è la profezia a lasciare il segno – soprattutto quando si tratta di prendere posizione di fronte a temi considerati particolarmente divisivi delle comunità, come l’immigrazione – per non continuare ad accantonare la condizione degli ultimi nelle scelte pastorali, mentre questo è un tema di quotidiano pronunciamento di papa Leone. Noi aclisti abbiamo la profonda convinzione che i valori che ci accomunano nella fede non potranno mai essere sovrastati dalle diverse opinioni del dibattito politico. È scopo di questo nostro appuntamento formativo assegnare agli aclisti il compito di incarnare nei territori una rinnovata presenza e una più incisiva azione civica, rivitalizzate da una nuova attenzione sociale che l’enciclica di papa Leone rilancia. Consapevoli che le scelte che andremo a compiere non potranno impegnare la pastorale diocesana ma saranno ispirate dall’insegnamento sociale della Chiesa padovana. Sarà questo il nostro contributo ad avvicinare in ogni territorio l’uomo d’oggi a comunità cristiane più presenti e attive.