Padova non lo dice, ma lo è: con 3.100 Enti del Terzo Settore (Ets) iscritti al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (Runts) e 58 mila volontari attivi, siamo la prima provincia del Veneto, con un padovano su nove che dona tempo. È una spina dorsale che regge welfare, cultura, ambiente.
Questa storia parte dal dopoguerra: misericordie, Anffas 1964, Acli che aprivano patronati per gli operai. Era volontariato di necessità, si faceva perché bisognava. Poi arrivano le leggi 266 del 1991 e 383 del 2000, Centri Servizi al Volontariato nel 1997, legge regionale 40 del 1993. Siamo cresciuti, dal circolo alle cooperative sociali, dalle mense alle imprese di comunità.
Oggi il quadro è solido, ma teso
Il 38 per cento degli Ets padovani è nel sociale-sanitario, il 21 per cento nella cultura, il 9 per cento nell’ambiente; l’Università porta 12 mila studenti in service learning; Fondazione Cariparo ha varato un piano 2025-2027 da 195 milioni di euro, una cifra da record: 65 milioni per il 2025, saliti a 95 milioni grazie all’avanzo 2024.
Eppure, ci sono tre questioni da affrontare.
La prima è anagrafica. Il 62 per cento dei presidenti ha più di 60 anni, con un’età media dei volontari di 58 anni. I giovani prediligono progetti brevi, digitali, misurabili, e il Csv con “Adotta un’ora” ha raccolto 1.200 adesioni. Senza un passaggio di testimone, tra dieci anni chiudono i circoli.
La seconda questione è economica: sono esauriti i contributi a pioggia. La nuova “Proposta di legge Terzo Settore Veneto” crea un Fondo da 1,5 milioni di euro l’anno (derivato dalla legge nazionale 117), ma premia solo chi co-progetta e misura l’impatto, e a Padova solo un Ets su cinque sa fare fundraising europeo. O impariamo, o restiamo marginali.
La terza sfida sono i bisogni: ci sono 5.400 famiglie in lista per avere un alloggio in edilizia residenziale pubblica a Padova, 41 alloggi pubblici sono sfitti solo ad Albignasego, 18 mila studenti universitari non hanno un posto letto e il 31 per cento degli over 75 che vive solo. È un quadro in cui il solo volontariato della domenica non basta: servono custodi sociali, housing diffuso, portierato di comunità.
Cosa cambia davvero con la proposta di legge regionale del Veneto
Ci sono quattro cose da sapere.
Il futuro è adesso, occorre scegliere
Per le Acli, nate nel 1945 per «dare voce a chi non ha voce», è un ritorno alle origini. Labor diceva: «Il movimento operaio cristiano non è assistenziale, è promozionale». Oggi vuol dire sedersi al tavolo del welfare e portare la competenza di 42 circoli padovani e di 340 volontari.
La strada c’è già. A Padova 42 enti del Terzo Settore hanno co-firmato il Piano sociale di zona 2025-2027, che è l’anticipo della legge. Se resta carta, fallisce: ma se diventa metodo, Padova fa scuola.
Abbiamo due vie: gestire il declino, invecchiare, tappare buchi; o accettare la sfida: diventare “infrastruttura sociale”. Formare i giovani e dar loro spazio vero, imparare a misurare l’impatto, chiedere quegli alloggi sfitti e farci casa.
Abbiamo numeri, storia e legge dalla nostra. Manca un passo: decidere che il futuro si co-progetta. Il tavolo è apparecchiato. Tocca a noi sederci.