Idee
“Lasciare il Paese diventa un desiderio quando non si vedono altre vie d’uscita da povertà, disoccupazione e carenza di servizi pubblici. E purtroppo è un’idea che attraversa ampie fasce di popolazione. I giovani, in particolare si sentono spesso abbandonati. Il tasso di disoccupazione per specifiche categorie tocca picchi del 45%”.
Descrivendo la situazione sociale ed economica del Marocco Azzedin Akesbi, professore d’economia al “Centre d’Orientation e de Planification de l’Economie di Rabat” così si esprime su Avvenire del 1° settembre, commentando quanto accaduto a luglio e sta accadendo ancor oggi a Ceuta. L’impressionante invasione nell’exclave spagnola in territorio marocchino ha suscitato un fiume di commenti anche se raramente ha stimolato un’analisi sui motivi di questa fuga, soprattutto di giovani, e sui possibili rimedi a un fenomeno incontenibile.
L’ansia del risultato elettorale, non solo in Italia, ha avuto e ha un deciso sopravvento su una risposta politica che vada oltre prese di posizioni muscolari di tipo securitario. Non che la sicurezza sia una tema di second’ordine ma trattarlo come si sta facendo è illudersi di salvare una città circondata dal fuoco senza impegnarsi a spegnere i focolai tenuti accesi dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla corruzione. Il fuoco cova sotto la brace della presunzione che il bene comune di un Paese benestante possa realizzarsi al di fuori del bene comune di Paesi meno ricchi e di Paesi poveri.
Sono da lasciare agli archivi i tempi in cui Giorgio La Pira con i colloqui mediterranei, con gli incontri dei sindaci delle città del Mediterraneo aveva indicato e in parte iniziato una strada verso un futuro di cooperazione, di pace? Una strada che il sindaco di Firenze aveva definito “il sentiero di Isaia”?
Si può lasciare che l’indifferenza e l’egoismo del “prima noi” continuino a infierire su un mondo fatto a pezzi dai conflitti armati, dalla menzogna, dalla crisi climatica?
Se la politica è chiamata a una conversione di cui per ora non ci sono segnali c’è un passo che i “cittadini del mondo” devono compiere ed è quello di non accontentarsi di un’informazione che invece di cercarla si tiene lontana dalla verità e dal suo dispiegarsi nella storia.
Potrà sembrare un passo ininfluente o troppo piccolo, eppure è un passo decisivo per la formazione di una coscienza critica che reagisca a una politica senza visione, agli slogan, alle parole d’ordine, ai racconti frammentati e senza fondamento.
Non mancano le fonti per conoscere e approfondire, manca piuttosto l’onestà di ammettere che questa ricerca costa fatica e allora si preferisce accontentarsi di un titolo gridato e letto in pochi secondi sul telefonino.
Di una deriva comunicativa e culturale che non accenna a diminuire le prime vittime sono i giovani come Ceuta ha posto in evidenza richiamando analoghe dolorose esperienze migratorie. Sono soprattutto i giovani a pagare il prezzo più alto ribellandosi a un gioco sporco che continua sulla loro pelle nei Paesi di origine e in quelli dove tentano di arrivare per cercare futuro.
Si può continuare a ignorarli, se non a deriderli, come si è fatto con i giovani scesi in piazza per chiedere alla politica e ancor prima alla società di fermare il cambiamento climatico e il degrado ambientale che con le guerre stanno distruggendo il pianeta e spegnendo la speranza? Quando si avrà coscienza che i figli degli altri sono anche figli nostri?