Idee
Si torna sui banchi di scuola e già si parla di “ansia da rientro”, in un clima carico di buone intenzioni e trepide attese. Tra proclami ministeriali di inizio anno e aspettative delle famiglie, sempre più proiettate verso il successo scolastico e il futuro dei figli, i ragazzi si trovano al centro di un sistema di continue pressioni prestazionali. Ma cosa si nasconde dietro questa sofferenza diffusa? Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del recente volume “Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti” (Raffaello Cortina, 2025).
Professor Lancini, quali sono i principali fattori che scatenano l’“ansia scolastica” negli adolescenti?
L’ansia nasce come forma di difesa nell’essere umano, ha originariamente una funzione salvifica. Il problema insorge quando l’ansia diventa pervasiva, come sta accadendo negli ultimi anni fra giovani e giovanissimi. La relazione degli adolescenti con la scuola oggi si basa prevalentemente sulla “prestazione”, che è strettamente legata alla valutazione numerica. Il voto per i ragazzi si trasforma in una sorta di “malloppo” da portare a casa. In questa prospettiva incide la paura di deludere le aspettative genitoriali e anche quelle dei docenti, la sensazione di sentirsi inadeguati. Così si eclissano la motivazione personale, l’interesse autentico per le discipline, la consapevolezza che gli apprendimenti servono per costruire la propria identità e il proprio futuro.
Anche la scuola di un tempo era basata sulla valutazione numerica degli apprendimenti…
Certamente, quella era la scuola gentiliana e operava in un contesto completamente diverso da quello attuale. Oggi la scuola continua a manifestare la sua affezione per un modello di sapere trasmissivo e nozionistico. Il nozionismo non è cultura e neppure sapere. Già Umberto Eco in una intervista del 2003 dichiarava che “l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve”. A scuola i nostri giovani dovrebbero intraprendere un percorso evolutivo di crescita, costruendo sapere a partire dalle proprie domande e sperimentando il “vuoto di apprendimento” e vivendo relazioni autentiche con i pari e con i docenti.
Nel suo libro “Sii te stesso a modo mio” (Raffaello Cortina editore, 2023) Lei parla di “fragilità adulta” nel gestire il disagio giovanile ed evidenzia come agli adolescenti venga spesso chiesto di esprimersi, ma solo entro i binari stabiliti dalle aspettative degli adulti…
L’ansia dei nostri giovani ha a che fare con il vuoto identitario, con la mancanza di senso. La narrazione che oggi va per la maggiore ci racconta che le nuove generazioni hanno avuto “troppo” e che sono lo specchio di una società permissiva, quando è vero esattamente il contrario. La società normativa del passato, cui allude questo paragone implicito, era composta da adulti austeri e rinunciatari, pronti al sacrificio personale. Oggi i genitori sono fortemente concentrati sui propri bisogni, tendono a non ascoltare in profondità le esigenze dei propri figli. Non sanno gestire i loro eccessi, perché non riconoscono le emozioni che li generano. Non vogliono avere problemi, non vogliono rinunciare a niente. Le emozioni delle nuove generazioni sono dirompenti in quanto non legittimate. Avere a che fare con la tristezza di un adolescente è difficile, “scomodo”. Ma anche la tristezza fa parte dei sentimenti fondativi dell’essere umano. Gli adulti sono contraddittori (e questo vale anche per gli educatori), pronti a stigmatizzare la sovraesposizione al digitale dei giovani senza però essere in grado di dare nel merito il buon esempio. Non offrono modelli credibili e significativi.
Come dovrebbe cambiare la scuola?
La suddivisione dello studio per materie porta a un sapere frammentato, separato in compartimenti stagni. Oggi questa organizzazione non ha più senso, è anacronistica. La scuola dovrebbe insegnare facendo riferimento a macroaree di apprendimento, strutturando i contenuti per interdisciplinarità. In questo scenario gli studenti dovrebbero essere guidati dai docenti in una co–costruzione del sapere da operare nel vuoto degli apprendimenti, ovvero partendo dalle domande dei ragazzi stessi. Nell’istituzione scolastica i giovani dovrebbero essere messi nelle condizioni di realizzare sé stessi. Per l’ansia legata al vuoto identitario la migliore prevenzione si traduce nell’offerta di percorsi che sviluppino relazioni autentiche, che permettano il confronto, l’espressione delle emozioni e dei sentimenti della persona riconoscendone la legittimità. La relazione educativa è l’esperienza più formativa in tutti i sensi e si realizza concretamente quando si domanda all’altro: “Chi sei?”.