Mosaico
È la generazione svezzata dal boom, cresciuta nella Repubblica delle ideologie, messa a produrre con il riflusso e invecchiata nel nuovo Millennio.
Romolo Bugaro ne traccia un ritratto perfino spietato in I ragazzi di sessantacinque anni (Einaudi, pagine 152, euro 17) che è il secondo capitolo della trilogia sul tempo, dopo i ragazzi 60enni del 2023 e in attesa del lustro conclusivo.
Nei 14 capitoli il protagonista è sempre declinato al plurale come il titolo, fra riferimenti a tratti autobiografici e luoghi padovani. “I ragazzi di sessantacinque anni” si riferiscono alla moglie Stefania, ai due figli, agli amici, ai medici e alle età precedenti.
Bugaro lo scrive fin dall’inizio: «Diventare vecchi è una cosa fuori dal mondo». Implica la coazione a ripetere di spritz, birrette, cene, feste – proprio mentre la postura del lavoro da professionista impone ben altri dialoghi e soprattutto squaderna l’affannoso benessere virtuale.
A 65 anni, si rincorre la fattura cruciale per il mantenimento della famiglia e insieme si dribblano i pensionati nelle piazze con pagine comiche. Una vita sul ciglio del deragliamento: «Dopo i sessanta uscire la sera e incontrare gente vuol dire soprattutto questo, sorridere tutto il tempo per mostrare che si tiene botta, che sia vero oppure no».
Il romanzo fa i conti con la morte. Di Gian Antonio Cibotto, padre non solo letterario, e di Marco Bellotto, il collega scomparso in Africa. Lo spettro della fine rispunta incidentalmente con i vecchi genitori, Clitemnestra a teatro, le ossessioni del giro di conoscenti.
Bugaro si cimenta anche con uno “studio” sulle coppie Over60 divise in tre categorie: lungo corso inossidabili; uno innamorato e uno no; nessuno ancora infatuato. Conclusione? «La verità è che le coppie felici sono infelici e viceversa. Basta guardarsi intorno».
La storia plana verso il finale con la risonanza letteraria della diagnosi e cura per un cancro alla prostata. In cartella clinica, per Bugaro, si evince: «I medici sono gelosi degli altri medici e si tengono strette le loro idee e i loro pazienti. Le informazioni non si trovano, non circolano, anche se sarebbero preziose».
Ma il secondo capitolo della trilogia anagrafica di Bugaro si può leggere anche da padovani doc: vie, piazze, locali, atmosfere che fanno scattare la sintonia e soprattutto raccontano lo stereotipo della bea vita di provincia tutt’altro che “bene comune” di questi tempi.
E non basta, perché Bugaro sapientemente introduce un altro piano scenografico. È il Nord Est nell’epoca della sua irriproducibilità socio-economica. Incarnato da personaggi come il giornalista pensionato Gigi Zorzi, il leggendario fondatore Remo Varotto, il consulente commercialista ed ex sindaco dottor Ferrero, l’ex ministro processato per tangenti, l’annoiata vita da ereditiere di Gian Gastaldi, l’avvocato Giorgio Marchi al soldo dei lussemburghesi. È “Effetto domino” descritto a distanza di un decennio con lo stesso stile disincantato.
Da parte sua, Bugaro mette a verbale: «È un romanzo, non un’autobiografia. Con tante persone conosciute, osservate, frequentate. Mi piacerebbe che fosse letto come un diario: lavoro, famiglia, malattia, esperienze universali».