Si è scritto tanto della tragedia di Crans-Montana e non vorrei aggiungere niente di ciò che è stato detto, né entrare nelle responsabilità oggettive, né tanto meno esprimere giudizi trancianti o fuori luogo nella tragedia che si è consumata a spese di molti, troppi giovani. Premetto che il diritto alla vita è sacrosanto e nessuno si merita di andare a una festa e non uscirne vivo o incolume; mi chiedo solo se è stato opportuno che fossero lì, e mi spiego.
C’è nella rappresentazione dell’essere adulto oggi una forma schizofrenica che accompagna i figli nel processo di crescita ai quali si garantiscono delle esperienze che forse sono premature, inadatte alla loro età e fuori luogo rispetto alla coscientizzazione dell’esperienza stessa. Una festa di capodanno in un locale “adulto”, con una forma di festa “adulta” era veramente utile all’esperienzialità richiesta dal percorso formativo di questi ragazzi quindicenni, sedicenni? Quale sarà stata l’opportunità intravvista da quei genitori per permettere al proprio figlio di parteciparvi? Può essere che come adulti stiamo perdendo la capacità di distinguere tra ciò che è piacere da ciò che invece è un bene per te?
Incontro spesso nella quotidianità questa incapacità di valutare opportunamente le richieste che i nostri figli legittimamente ci fanno, sta nella loro condizione di spingere al di là il limite che dovremmo dargli, rispetto a quello che abbiamo, come adulti, il dovere di proteggere, di custodire.
Non può esserci nessuna azione educativa se prima non custodiamo i nostri figli! E questa realtà mi sembra non più così certa. Penso a quanto presto i bambini ricevono il cellulare, con una leggerezza pericolosa fatta solo di controllo, da un lato, e dall’incapacità di resistere nel “no” dall’altro. Piuttosto che alle volte in cui non c’è più la capacità di arginare comportamenti ferenti o devianti, a quanti dei nostri giovani non sono più guardati da un adulto capace di restituirgli un limite nel quale sostare, quel limite che è costitutivo della condizione umana ma contemporaneamente così difficile da accettare.
Per questo oggi serve una nuova alfabetizzazione culturale: un’educazione che non si limiti a insegnare regole, ma che aiuti a comprendere come funzionano le emozioni, i riflessi, i condizionamenti sociali. Una comunità educante deve diventare un luogo in cui si impara a leggere i segnali del corpo, a riconoscere l’allarme interno, a distinguere l’azione autentica dall’automatismo.
Educare oggi significa restituire alle persone la capacità di ascoltarsi, di reagire, di prendersi cura di sé e degli altri.
Questa è la sfida della comunità educante: insegnare a vedere, a sentire, a scegliere, anche quando la realtà brucia.