Idee
La preoccupazione per le giovani generazioni perennemente connesse e con lo sguardo perso nello schermo del loro cellulare genera almeno due tipi di risposte che si differenziano per il giudizio sostanziale che danno al fenomeno tecnologico.
La prima è reazione è quella dei tecno-pessimisti: dobbiamo limitare il più possibile l’uso della tecnologia che sta rovinando la vita dei nostri ragazzi. È una posizione sempre più forte, frutto della percezione che la situazione ci è sfuggita di mano e dobbiamo correre velocemente ai ripari con qualche intervento draconiano che fa del divieto lo strumento principe. Il dibattito è in corso, grazie anche ad alcuni interventi legislativi in diversi paesi del mondo. Forse non si dovrebbe limitare ai soli ragazzi, visto che sono gli adulti che, più dei ragazzi, stanno perennemente con in mano lo smartphone.
La seconda reazione è quella che potremmo definire dei tecno-ottimisti. La tecnologia pone il problema ma offre anche alcune soluzioni. Si lavora a tecnologie più semplici e meno invasive, rispettose dei tempi e dell’ambiente. Specificatamente per le famiglie esistono poi tutta una serie di applicazioni che permettono ai genitori di limitare i tempi di utilizzo e di controllare i contenuti che i loro figli consumano o producono con il loro smartphone. Più complessivamente, i tecno-ottimisti vedono nello sviluppo dell’intelligenza artificiale una reale possibilità di liberazione da lavori e pratiche noiose e ripetitive, a favore di una vita più sana, salubre e libera.
Il dibattito è molto ampio con ragioni da ambo le parti. Non credo però sia sufficiente. Certamente abbiamo bisogno di qualche regola più stretta, seppur sempre accompagnata da una proposta educativa positiva e propositiva; insieme non possiamo negare che una tecnologia fatta e usata bene può davvero migliorare le nostre esistenze. Entrambi gli approcci affrontano però la questione a valle, cercano i modi migliori per gestire, regolare e far fruttare l’innovazione tecnologica. Non affrontano invece la questione a monte, ovvero il cambiamento antropologico che caratterizza questo tempo anche grazie alla trasformazione digitale in atto.
La fragilità emotiva dei ragazzi (e degli adulti) è sotto gli occhi di tutti ed è innegabile che sia causata anche dalla stortura delle relazioni provocata dall’avvento dei social media. Ragazzi e giovani non reggono la benché minima critica, non sopportano una disciplina faticosa, cercano consensi brevi e premianti, fanno fatica a reggere tempi lunghi e dinieghi, seppur motivati. Non sopportano il dolore.
Davanti a una umanità fragile, non bastano i divieti o un ennesimo ritrovato tecnologico. Piuttosto è necessario tornare a offrire esperienze umane dense, intense, vere. Che possano aiutare anche a riequilibrare un rapporto distorto con la tecnologia.
Lo psicologo Matteo Lancini chiede a gran voce di tornare a fare giocare i ragazzi a pallone per strada, a farli tornare a casa a piedi da scuola; lo scoutismo si ostina saggiamente a far camminare i ragazzi con lo zaino in spalla per sentieri montani; pur tra mille difficoltà le nostre parrocchie e tante altre realtà educative continuano a proporre occasioni di volontariato ai ragazzi perché incontrino e servano i poveri e i fragili.
A queste ottime pratiche ne aggiungo una. Torniamo a portare i bambini ai funerali. Non se ne vede più uno, neanche a quelli dei nonni. Facciamo vedere ai bambini la salma del nonno defunto composto nella bara. Questi gesti, vissuti accanto ai genitori e a una comunità adulta che offrono parole capaci di dire un senso e vicinanza emotiva, sono la prima, grande e naturale iniziazione alla morte, alla fragilità dell’esistenza, alla fatica del limite. Sono momenti importanti che danno spessore e forza all’umanità.
Tutti allarmati dalla tecnologia, corriamo il rischio di cresce i bambini come i robot, che non piangono mai.