Fatti
Per quasi mezzo secolo migliaia di militari hanno lavorato negli angusti cunicoli della base militare del monte Venda, ignari di respirare un gas tanto naturale e diffuso quanto letale come il radon. Ma esattamente, cosa facevano gli uomini in divisa in quel chilometro di tunnel scavato nel cuore del monte? Perché all’epoca il sito era strategico per la difesa?
Anche se i cancelli sono chiusi da quasi 30 anni sono molti i testimoni ancora in vita che possono raccontarcelo, come il colonnello Roberto Doz che fu uno degli ultimi a prestare servizio nella base: «Io sul Venda sono stato poco, dal 1995-96 per un anno e mezzo, fino alla chiusura del sito alla fine del 1997. La mia era una posizione dirigenziale all’interno della struttura che aveva una sede a Giarre e una sotterranea. Gestivo un’Agenzia Sar-Rcc (Ricerca e soccorso-Centro di coordinamento dei soccorsi) quindi operativa e non direttamente collegata con i problemi logistici. Sul monte Venda insisteva un Centro di comando e controllo nazionale e Nato che esercitava il comando operativo sulle forze dell’Aeronautica militare site nella sua area di competenza, Nord e parte del Centro Italia».
Il 1° Roc, ricorda Doz, fu chiuso a causa dell’età delle apparecchiature e dei sistemi e, come secondo fattore, a causa dei problemi geologici del monte Venda: «La base fu sostituita dal Comando di Poggio Renatico. In quel periodo non si parlava né del radon, né dell’amianto, se n’è parlato dopo per chi aveva lavorato a lungo nei tunnel». Il colonnello precisa di parlare solo in merito alla sua esperienza diretta, limitata ai pochi mesi di lavoro nella base: «Ricordo però che chi lavorava nelle strutture esterne ai tunnel soffriva delle radiazioni delle antenne della Rai, dicevano che se tenevi in mano i tubi neon e ti avvicinavi alle antenne si accendevano da soli per induzione di onde elettromagnetiche. C’erano anche fastidi alle telescriventi».
Altra curiosità sulla quale ci si potrebbe interrogare è il rapporto con gli Alleati: «Quando ho lavorato io non c’erano stranieri, mentre in precedenza lavoravano presso il 1° Roc (nel Comando operativo di regione aerea) i francesi che avevano anche una sorta di ufficio. Inoltre c’erano gli americani quando si facevano le valutazioni tattiche, perché tutta la struttura faceva parte della Nato e venivano commissioni, valutatori, e per tre o quattro giorni stavano ad Abano in albergo per poi recarsi al comando vero e proprio logistico di Giarre. In genere gli americani se ne andavano mentre i francesi e gli inglesi rientravano in base. Il monte Venda faceva parte della difesa aerea nazionale che monitorava tramite la catena radar i confini della Nazione. Giorno e notte c’era personale che rimaneva a fare il servizio di sorveglianza sui monitor di tutte le informazioni che arrivavano. Oggi si direbbe una sala di regia, in realtà era un comando operativo dove c’erano ufficiali, sottufficiali, operatori, c’era un organigramma funzionale. Le valutazioni straniere servivano per avere le qualifiche operative Nato».
Per provare a capire di più sull’operatività della base negli anni addietro, abbiamo contattato anche Assi, l’Associazione solidale sottufficiali italiani con sede proprio ad Abano. Tra i soci che hanno prestato servizio al Venda parliamo con Aldo Nencini, che ha lavorato tra il 1965 e il 1994, e Giovanni Amato, vera miniera di ricordi e informazioni: «Io sono un sottufficiale dell’Aeronautica in congedo e sono stato al 1° Roc dal 1° febbraio 1968 fino alla chiusura il 1° gennaio 1998. Ho lavorato solo per poco tempo nella sala operativa, meno di due anni, poi sono passato all’amministrativo dove mi occupavo di paghe, pensioni e casermaggio, cioè tutto quello che serve per la vita della comunità militare».
I ricordi di Amato sono simili a quelli di Nencini che annuisce, mentre il collega continua il suo racconto: «Il ruolo principale del 1° Roc era quello dell’assistenza al traffico aereo civile e a quello militare. Oltre a questo, un ruolo importante il Venda lo ha avuto sul soccorso aereo. Da lì partivano le operazioni critiche che richiedevano un intervento dell’elicottero o altro. Infine si assicuravano le telecomunicazioni, anche in collaborazione con la Rai che ha ancora una sede sul Venda».
Amato scava nei ricordi e traccia a mente l’interno della struttura: «La base, oltre alla sala operativa che era incavernata, aveva delle strutture esterne che fungevano da supporto logistico: alloggi, uffici, mensa, circoli e deposito di automezzi. Il grosso del personale, dopo i primi anni, ha iniziato ad alloggiare ad Abano e da lì, a seconda dei turni, si recavano alla base con i pullman. Il lavoro era continuo, 24 ore al giorno divise in tre turni. C’erano anche dei civili, per esempio nelle mense, al gruppo impianti e addetti alle pulizie».
Per Amato, quelli, furono anni tranquilli: «Facevo parte di un organismo di rappresentanza militare per cui tanti colleghi si rivolgevano per segnalare situazioni di criticità ma non ci sono mai stati pericoli veri, aspettavamo un nemico che doveva arrivare da est ma che non è mai arrivato». I ricordi del militare in congedo scorrono fluidi, e a proposito del radon conferma la versione di molti altri colleghi: «Non ne abbiamo mai sentito parlare fino a dopo la chiusura della base, che venne dismessa per altri motivi. Aggiungo che c’era un buon impianto di aerazione, ma evidentemente insufficiente per disperdere il gas».
Sempre grazie ad Assi, e proprio in merito agli impianti che permettevano la vita nei tunnel, abbiamo potuto intervistare il maresciallo Leone Grazzini, veterano del monte Venda che vide addirittura le ultime fasi della sua costruzione nel 1956: «Ho prestato servizio al 1° Roc quando ancora non si chiamava così, dal 1° maggio 1956 al 1° luglio 1990. Quando sono arrivato stavano terminando l’impianto elettrico, non c’era ancora la luce e i minatori lavoravano con lampade ad acetilene. Gli operai non erano militari anche se la direzione lavori era dell’Aeronautica e solo italiana. Siamo entrati in galleria nei primi anni Sessanta, ho sempre lavorato lì, dormivo anche al monte Venda. Lavoravo alla centrale elettrica, ai gruppi elettrogeni e all’impianto di condizionamento, molto importanti. In inverno, per esempio, l’aria era secca e danneggiava la respirazione per cui bisognava umidificare. Noi tutte le mattine facevamo un giro per le sale per rilevare temperatura, umidità e purezza dell’aria che veniva cambiata in parte. In ogni locale veniva immessa quantità di aria sufficiente per il personale che lavorava in quel momento. Il 50 per cento era aria esterna, il 50 per cento era riciclata. L’aria “viziata” veniva richiamata dalla centrale elettrica e poi espulsa, questo serviva per raffreddare gli impianti».
Anche al maresciallo poniamo la domanda, finora centrale: mai sentito parlare del radon?. «Mai, almeno fino alla chiusura della base. Lo abbiamo trovato quasi per caso quando, anni dopo, siamo andati a cercare l’amianto su indicazione del Tribunale di Padova».
Un luogo che doveva essere protetto e sicuro, anche per restare al riparo da radiazioni derivanti da eventuali attacchi atomici. Ironia della sorte il “nemico da Est” non arrivò mai, mentre un cecchino silenzioso e invisibile si annidava nel cuore del monte.