Fatti
Sulla questione casa sembra valere il teorema di Trilussa, secondo il quale con un pollo diviso si sfamano due persone. Quando nella realtà, diceva il poeta, uno mangia e l’altro guarda. Stesso concetto per quanto riguarda le abitazioni, in Italia e non solo. Ci sono territori che si stanno spopolando, paesi e villaggi che si svuotano, case abbandonate nelle Basse padane come nelle valli appenniniche o all’interno delle grandi isole. E poi ci sono città che soffrono la cosiddetta “tensione abitativa”: poche unità (carissime) in vendita, affitti stellari, una forte richiesta di mattone che non viene soddisfatta, la fuga dalla città delle famiglie meno abbienti, dei figli in uscita, degli stranieri in cerca di abitazione.
Quindi il panorama parla di alcune grandi e medie città in sofferenza, di territori in abbandono. Fare la somma algebrica di quantità senza tenere conto della dislocazione, non ha alcun senso. L’Istat certifica che nelle città sono occupate l’84,5% delle abitazioni, nelle zone rurali poco più della metà.
Insomma le case servono dove mancano. E laddove mancano, mancheranno sempre di più: è un fenomeno mondiale quello dell’inurbamento delle popolazioni, e quello della atomizzazione dei nuclei familiari. L’Istat prevede che nel 2043 ci saranno 1,2 milioni di “nuclei familiari” (spesso di una sola persona) in più rispetto al 2025.
C’è da costruire – i Comuni nel 2025 hanno autorizzato la costruzione di poco più di 50mila nuove case nel territorio nazionale, pochine –, c’è soprattutto da recuperare e da mettere sul mercato. Non si tratta solo di qualche appartamento malandato e chiuso: esistono intere aree edificate che attendono un nuovo destino, ex zone industriali, aree militari dismesse, imponenti edifici storici lasciati lì, complessi di uffici sempre meno usati. E poi ci sono centinaia di migliaia di appartamenti (anche in zone a forte tensione abitativa) che non vengono affittati per varie ragioni, la prima della quale è la paura di “mettersi in casa” qualcuno che poi non pagherà gli affitti e sarà un’impresa mandarlo fuori.
Quindi lo Stato, lungi da mettersi a fare l’imprenditore edile, ha soprattutto il dovere di creare normative e regole che favoriscano la costruzione, il recupero, la risistemazione e la messa in affitto di abitazioni.
Punto numero uno: snellire la selva di autorizzazioni e di competenze che rendono ogni cosa da fare in Italia un’impresa epica. Se gli altri Paesi europei ci sono riusciti, possiamo farlo anche noi. E poi molto altro, ma buone regole aiutano molto a risolvere i problemi, come nel recente caso degli studentati.
Non è un principio banale, quello di legiferare con intelligenza. Negli anni Settanta si affrontò la fame di affitti con la legge sull’equo canone, animata dalle migliori intenzioni. Fu un mezzo disastro.