Chiesa | Diocesi
La scuola e chi la dirige devono avere un punto fermo: la centralità degli studenti e il benessere di tutti coloro che ne sono parte attiva. È questo il principio emerso nel pomeriggio di martedì 20 ottobre durante l’incontro dal titolo “Il benessere organizzativo a scuola: creare un clima di lavoro positivo, motivare il personale e costruire la comunità scolastica”. L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Girolamo Bortignon insieme all’Ufficio per la pastorale dell’educazione e della scuola, della cultura e dell’università della Diocesi di Padova, ha visto la presenza di numerosi dirigenti scolastici insieme al vescovo Claudio Cipolla, che ha aperto i lavori richiamando l’impegno della Chiesa nella dimensione educativa: «Non è una cosa in più ma è strettamente legata alla sua missione. In questo c’è il desiderio di contribuire alla crescita umana e cristiana dei giovani». Rivolto ai dirigenti ha sottolineato che «ci riconosciamo nel vostro servizio», e li ha invitati a vedere nel ruolo che ricoprono non soltanto la parte strettamente professionale «ma anche la dimensione “vocazionale” che si concretizza nel saper stare con i ragazzi per aiutarli a diventare grandi, uomini e donne. E sentire in questo impegno quasi un mandato ecclesiale». Un compito per il quale non esistono soluzioni facili, ha osservato, ma che richiede soprattutto presenza: «Incoraggio la vostra presenza in mezzo ai giovani».
Il pedagogista Italo Fiorin, poi, ha esordito dicendo che gli capita di incontrare dirigenti scolastici di grande qualità e «c’è un tratto che li unifica tutti: parlando della loro scuola lo fanno con passione e in particolare raccontano con affetto degli studenti».
Focalizzandosi sul tema del seminario ha spiegato che è necessario uscire da un mero discorso organizzativo, di tipo aziendale ma «ricordarsi che la scuola è fatta di tante persone ed è la qualità delle relazioni che fa la differenza. È ciò che crea un benessere diffuso, per tutti coloro che sono parte del contesto scolastico». Un benessere che si riflette anche sugli studenti.
Ma… una buona scuola da dove si misura? «Se è all’altezza del piccolo, diventando un luogo che “nutre”, considerando le esigenze di ognuno». Lo studente, dunque, è al centro. Richiamando il documento La scuola che sogniamo, pubblicato nel 2021 dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Fiorin ha riportato alcune voci dei ragazzi che chiedono una scuola capace di riconoscerli come persone anche nella valutazione: «Per gli insegnanti siamo solo voti». E ancora il desiderio di un’istituzione che «invece di tante interrogazioni ci mettesse di fronte a tanti interrogativi». Una prospettiva che richiede di ripensare la scuola valorizzando il «protagonismo dei ragazzi, che va sollecitato, riconosciuto».
La psicoterapeuta Katia Provantini ha spiegato che oggi parlare di benessere nella scuola con dei dirigenti «è un tema fondamentale», pensando ai molti giovani che l’abbandonano o rischiano di farlo. Ha quindi parlato della crisi del mondo adulto che «perde la speranza» con ricadute sui ragazzi, segnati dal «non sentirsi riconosciuti». Adulti che vivono spesso “l’adultescenza” nascondendo le fragilità umane. Da qui la centralità delle «buone relazioni» e del dialogo, suscitando negli alunni domande tra cui «cosa posso fare per gli altri?» che attiva delle forze positive.