Fatti
E venne il giorno in cui la principale associazione degli industriali italiani incontrò il capo di un governo che si sta avviando alla fine del suo mandato, in un clima non propriamente esaltante. Fattori esterni (guerre, blocchi navali, caro energia…) e interni – non particolarmente apprezzato l’operato economico dell’esecutivo – facevano presagire un clima ben diverso da quello che poi si è registrato.
Siccome non conviene litigare (mai!), quanto piuttosto discutere – che poi a mente serena è più facile combinare qualcosa –, la soluzione è stata quella di… scagliare la palla in tribuna: se le cose non filano lisce, sia Confindustria che governo hanno trovato il modo di bypassare i problemi dando tante colpe soprattutto all’Unione Europea guidata da una sempre più debole Ursula von der Leyen.
Sia chiaro: l’Ue in questi ultimi anni sta dimostrando tutte le sue debolezze, appare un’impalcatura fragile e sostanzialmente incapace di affrontare le tempeste. Di suo, poi, ci ha messo normative che hanno sortito l’effetto esattamente opposto a quello prefissato.
Ma che Bruxelles sia la prima e unica causa di un’Italia tra le ultime dieci nazioni al mondo (al mondo!) quanto ad incremento di produttività, a fianco di colossi industriali come lo Yemen, la Somalia e il derelitto Sud Sudan; che insomma viva sui vecchi allori da almeno due decenni, se non tre; che la crescita del prodotto interno lordo guardi dal basso praticamente tutto il resto dell’Europa… insomma qualcosa di nostro l’avremmo pur fatto, per trasformare la locomotiva Italia in un treno fermo e inchiodato.
O non l’abbiamo fatto, questo è il punto. Nell’ultimo decennio due mega-progetti si sono rivelati uno dannoso e il secondo pressoché sterile. Il famoso bonus ristrutturazioni 110% ha impiegato oltre 150 miliardi di euro di spesa pubblica per riqualificare molto meno dell’1% del patrimonio edilizio italiano. Un conto che pagheremo per i prossimi vent’anni.
I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (conosciuto come Pnrr) – e stiamo parlando di 70 miliardi arrivati dall’Europa a fondo perduto e più di 120 come prestiti da restituire – hanno sistemato giardinetti, asili e marciapiedi di mezza Italia. Se questa era l’innovazione tecnologica che ci avrebbe fatto cambiare di passo, il progetto Pnrr è sostanzialmente fallito.
Colpa del governo Meloni? E, prima, di quello di Draghi, di Conte, di Renzi e via indietreggiando?
Il fatto è che il bilancio italiano è letteralmente schiacciato dal peso di 3mila miliardi di euro di debiti, e dai quasi 100 miliardi di interessi annui che lo Stato paga. Il resto del bilancio pubblico è praticamente ingessato dalle spese correnti, rimangono ogni anno pochi spicci da investire.
Mentre il sistema-Italia avrebbe bisogno di una cura da cavallo, applicata su diversi fronti: una burocrazia da snellire, ammodernare e rendere veramente funzionale; un forte sostegno sia alle esportazioni della “vecchia economia”, sia allo sviluppo delle nuove tecnologie; un deciso taglio del costo del lavoro che impoverisce le retribuzioni nette, quindi i consumi, gli investimenti…
Ma già dai tempi di Nabucodonosor si conosce l’unica ricetta per avanzare soldi pubblici da investire: o si tassa di più, o si taglia la spesa. Che, per una coalizione politica, significa suicidio certo alle urne. Ecco perché ogni dieci anni facciamo una pausa, affidiamo il governo ad un tecnico che poi somministra una purga o mette le mani avanti. A nasometro, arriverà verso la fine di questo decennio.