Fatti
Sulla nuova legge elettorale incombe il giudizio della Corte costituzionale, come per tutti gli atti aventi valore di legge. Non a caso la Corte è chiamata anche “giudice delle leggi”. Non è la prima volta che la Consulta si appresta a essere chiamata a vagliare un sistema elettorale. D’altronde quello attuale è il quarto cambiamento varato dal Parlamento in 33 anni e 9 legislature, il quinto se si considera anche la riforma Renzi-Boschi, mai applicata proprio perché bocciata dai giudici costituzionali prima della sua attuazione. Stavolta però è come se la possibilità di finire davanti alla Corte sia stata ricompresa nell’iter di approvazione, quasi si trattasse di una legge di revisione costituzionale. In effetti, fermo restando il carattere di legge ordinaria, si tratta in concreto di una riforma dalle ricadute istituzionali evidenti, tanto da essere criticata come tentativo surrettizio di far rientrare dalla finestra il premierato… Di per sé, invece, non è del tutto sicuro che ci siano i tempi per il giudizio della Consulta, qualora le elezioni dovessero essere largamente anticipate. Ma sarebbe veramente inaccettabile se la data del voto fosse collocata volutamente in modo tale da evitare il controllo della Corte e poiché la materia investe la competenza del Quirinale c’è da scommettere che un simile sgarbo istituzionale sarà evitato.
Si ragiona, quindi, prendendo per buono il testo pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, al netto dei possibili interventi della Consulta. I partiti si stanno regolando già da tempo in questo senso. L’obiettivo di raggiungere il 42% per concorrere al premio in seggi spinge ad aggregazioni ampie, anche sul versante delle opposizioni che nel 2022 si presentarono divise e spianarono la strada alla travolgente cavalcata di Giorgia Meloni. L’irruzione sulla scena del partito di Roberto Vannacci ha incrinato la certezza del centro-destra di raggiungere la soglia del premio, senza allearsi con un partner a dir poco scomodo. Fdi ha cercato di rimediare stringendo un accordo con Sud chiama Nord di Cateno De Luca, accordo annunciato da quest’ultimo proprio nei giorni scorsi.
Sul fronte opposto vanno verso il debutto in area centrale Progetto Civico di Alessandro Onorato e Più Uno di Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli. In entrambi i casi lo scoglio dell’abnorme numero di firme richiesto ai nuovi partiti per presentarsi in tutti i collegi dovrebbe essere superato con accordi e passaggi di gruppo in Parlamento. Questo delle firme è uno dei nodi su cui la Consulta potrebbe intervenire, anzi, secondo la maggior parte dei costituzionalisti è altamente probabile. Del resto è veramente paradossale che, a fronte di un macroscopico problema di astensionismo, la riforma invece di incoraggiare la partecipazione alzi dei muri praticamente insormontabili per le nuove formazioni.
Il centro-sinistra ha un problema che sull’altro versante è strutturalmente assente: quello del primato nella coalizione. L’obbligo di dichiarare prima del voto il nome della persona da indicare al Capo dello Stato come candidato alla presidenza del Consiglio (obbligo introdotto dalla riforma) serve alla Meloni per corroborare la sua leadership in mancanza di un premierato formale e allo stesso tempo per mettere in difficoltà le opposizioni che non hanno già un candidato comune. Una questione che verosimilmente verrà risolta con le “primarie”.