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Chiesa IconChiesa | In dialogo con la Parola

mercoledì 8 Luglio 2026

La semina esagerata e generosa della Parola

XIV Domenica del Tempo ordinario (anno A) Isaia 55,10-11 Salmo 64 (65) Romani 8,18-23 Matteo 13,1-23 (forma breve 1-9)
don Riccardo Betto

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

La Parola di questa domenica è un susseguirsi di immagini che ci sintonizzano con la sapienza della creazione e del creato, che ci rappacificano contemplando la natura e i suoi misteri, che ci fa entrare nella pedagogia del Dio di Gesù Cristo con lo stupore dei “piccoli”. È una Parola che scende dal cielo come «pioggia e neve», irriga la terra della nostra storia, feconda la nostra umanità, cercando di germogliare per diventare pane e condivisione. Nella mia riflessione, vorrei soffermarmi soprattutto sulla parabola di Gesù: è tra le poche parabole dove è il Maestro a offrire l’interpretazione e la spiegazione. Al centro del racconto parabolico vi è il seme, cioè la Parola, e questo mi porta a essere riconoscente nei confronti di un Dio che in tanti modi e senza fare calcoli, quotidianamente ci offre il dono della sua Parola.

«Il seminatore uscì a seminare»: colpisce, più di ogni altra cosa, la pazzia di questo seminatore che non pondera le misure ma fa dell’abbondanza la sua logica e semina con una generosità esagerata. E già questa consapevolezza diventa una riflessione sulle misure e sulla logica del Dio di Gesù Cristo: cioè di un seminatore che non si risparmia, che non si stanca, che in diversi momenti della giornata esce di casa per portare la sua presenza, per seminare la Parola sui solchi della vita delle persone, ovunque si trovino. Se pensiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo conto, infatti, che la Parola ci viene donata in molti e diversi modi. E la parabola ci rassicura che la Parola germoglia sempre. Tuttavia, la vita e la crescita del seme e ciò che in esso è racchiuso, il portare frutto, non dipende tanto dall’abbondanza della semina quanto dalle situazioni e dalle condizioni del terreno, cioè da come la semina è accolta. Questa Parola mi porta a una duplice riflessione. Anche noi possiamo essere seminatori, portare nella vita degli altri (come genitori ed educatori), sementi di bene, apertura, valori (rispetto, accoglienza, dialogo, empatia). Possiamo chiederci: cosa vivo, come reagisco quando ciò che semino sembra essere accolto con indifferenza o non essere per nulla accolto? La parabola ci invita ad avere fiducia che ciò che viene seminato nella gratuità e nell’abbondanza, in qualche modo, germoglia. Tuttavia, ci ricorda anche che prima di tutto, e soprattutto, siamo terreni chiamati ad accogliere non solo la Parola ma anche l’originalità, la personalità, il carattere e la diversità di chi ci è accanto o ci è affidato.

Visto che è Gesù stesso a darci la sua interpretazione della parabola, voglio tentare (non senza azzardare) di analizzare, nel limite del possibile, i quattro tipi di terreni descritti, cercando di attualizzarli partendo dalle nostre esperienze esistenziali affinché ciascuno possa, con verità, riconoscere il suo.
 «Lungo la strada»: il primo terreno è simbolo della durezza e dell’impenetrabilità. In realtà, nulla è destinato a crescere lungo la strada perché non ci sono condizioni di apertura e di disponibilità per un’interiorizzazione, per un percorso personale, per un ascolto autentico. Quindi, si rischia di essere strada quando impediamo alla Parola di metterci in discussione e in un atteggiamento di cambiamento.
 «Sul terreno sassoso»: il secondo terreno è il simbolo dei classici “fuochi di paglia”, dei “facili entusiasmi”. Su questo terreno si è mossi all’inizio da forti sentimenti e da grandi slanci. Ma poi arriva la prova ed è il sole che la rappresenta: quando si vuole cambiare sono necessarie la perseveranza e la costanza. Se non si è costanti, il sole scioglie l’emozione iniziale che diventa una realtà inconsistente, immatura, con poche risorse. Proviamo a pensare a certe relazioni nate con slanci emotivi incredibili o con frasi e promesse esagerate che poi, nel momento della difficoltà, rischiano di smascherare la mancanza di radici, di autenticità e di personalità; oppure a certi impegni presi che alle prime inevitabili difficoltà portano a lasciare…
 «Sui rovi»: il terzo terreno è simbolo dei vari condizionamenti. Per alcune persone vivere in certi ambienti (familiari) e in certi contesti sociali (paese e comunità) diventa un continuo sentirsi soffocati. Penso a quando si mettono etichette eterne a certe persone, quando sono giudicate con spietate lastre morali, quando le famiglie stesse (di origine ma non solo) si pongono con mancanza di stima, esercitando potere e ricatti. Ma il seme per crescere ha bisogno di liberarsi da tutte queste spine: è un cammino che ciascuno di noi può fare, con gradualità, non senza fatica e costanza. Ma sta sempre alla persona (alla terra) la responsabilità di prendersi cura della semente e fare in modo di togliere tutti i possibili condizionamenti soffocanti.
 «Sul terreno buono»: questo terreno è simbolo di chi accoglie la Parola, la vita, gli avvenimenti, le persone come un grembo. Si può essere terra feconda quando si è aperti, quando si ha la capacità di andare in profondità nella Parola e nella lettura esistenziale degli eventi. Se si è aperti alla vita, alle sue novità e ai cambiamenti, allora permettiamo al seme della Parola di fecondarci, di renderci nuovi, di realizzare delle vere liberazioni, di crescere veramente fino a portare frutto.

Riconosco, al termine di questa breve attualizzazione, che probabilmente è possibile ritrovare in se stessi aspetti di tutti i quattro terreni. Tuttavia, ritengo che le parole di Gesù siano la garanzia che Lui mi accoglie, mi ama, semina con esagerata abbondanza anche se, in un primo momento, posso non portare frutto. Ci sono situazioni in cui posso sentirmi arido; comunque, non posso non riconoscere le sementi che, grazie alla mia accoglienza, hanno fecondato la mia terra e mi hanno portato a fare scelte importanti o che mi hanno fatto investire in modo generoso, disinteressato e fecondo. Quindi, se Dio è un seminatore pazzo e esagerato, cerchiamo di non perderci nelle sottigliezze o nel considerare quel poco che non va: riconosciamo con fiducia, invece, ciò che di fecondo c’è in noi e la potenzialità della nostra vita come una terra che “geme” ma che è buona e fertile. Allora, buona semina, buona accoglienza della semente della Parola perché ognuno nella propria vita e con i propri tempi possa portare tanti frutti!

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