Mosaico
Le calde note dei tenori e dei bassi rimbalzano sul prezioso soffitto a cassettoni, palleggiate dai putti ritratti da Battista Dossi in un gioco festoso sul fregio che corre lungo tutto il perimetro di quella che era la sala grande destinata ai ricevimenti e alle feste.
È lunedì 24 maggio 1926 e ci troviamo nella sala grande del castello del Buonconsiglio a Trento, in cui il pittore del Cinquecento attivo insieme al fratello Dossi alla corte estense di Ferrara, quattro secoli prima aveva celebrato la figura del principe vescovo Bernardo Clesio, tra leoni araldici, gli stemmi dei regnanti d’Asburgo e l’aquila del principato trentino. Dietro a un paravento, un gruppo di giovani trentini, intona i canti popolari alpini che venivano tramandati nelle case di generazione in generazione.
Sono trascorsi undici anni esatti dall’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria. All’alba del Novecento quelli erano ancora territori austriaci, appartenenti all’imperiale regio governo austroungarico. Si scriveva in italiano, ma i tanti uomini che persero la vita durante la grande guerra avevano in spalla lo zainetto quadrato caratteristico dei Kaiserjaeger.
Erano trascorsi appena sei anni dalla formalizzazione del Trattato di pace di Saint-Germain (10 settembre 1919) che aveva sancito il passaggio del Trentino – e del vicino Alto Adige – al Regno d’Italia. Il Trentino era in cerca di una nuova identità. E lo fa partendo dalla tradizione, da quei canti sentiti cantare da genitori e nonni, che attraverso le melodie popolari insegnavano alle nuove generazioni pagine di vita vissuta che non si trovavano nei libri.
Il 24 maggio 1926, nella sala grande del castello del Buonconsiglio, nasce ufficialmente il coro della Sosat, che quest’anno festeggia i suoi primi 100 anni di storia. Una storia nata quasi per caso. Si narra che, qualche anno prima, nel laboratorio dell’Istituto industriale in corso Buonarroti a Trento Tullio Antoniutti, mentre lavorava, avesse fischiettato la canzone del Piave e che, dall’altra parte della classe, Mario Pedrotti rispose. E poi, nel giro di poco tempo, fu una valanga di note. Tullio e Mario si uniscono Enrico, fratello di Mario, e Riccardo Urbani, amico di Tullio. I quattro amici si ritrovavano a casa Pedrotti, in vicolo Gaudenti, per suonare mandolini e chitarre, ma provavano anche a cantarle quelle melodie. Ben presto al gruppo si uniscono anche Renato e Giuseppe Jungg, Leo Seiser, Giuseppe Ranzi, Bruno Pasini e altri ancora.
Le voci da sole, però, non sono sufficienti. Occorre che qualcuno intuisca il loro valore collettivo. Questo qualcuno si chiama Nino Peterlongo. Nel 1921, da una sua intuizione, era nata la Sosat (Sezione operaia della società alpinisti tridentini), un’associazione che per la prima volta si proponeva di portare la gente a conoscere la montagna, ad abitarla. Fino ad allora la montagna era stata meta di una piccola élite di esploratori aristocratici. Con la Sosat la montagna si apriva a una dimensione popolare, divenendo un ambiente di tutti. Su quei monti, che fanno parte del dna di chi abita i territori alpini, i trentini fondano le radici di una nuova pagina di storia, nata dalle macerie della grande guerra.
Una sera Peterlongo bussa alla porta di casa Pedrotti. Aveva intuito che le voci di quei giovani potevano diventare la colonna sonora di quell’immaginario di montagna che lui stesso aveva concepito nel 1921. Arriva nel bel mezzo delle prove e chiede ai giovani di uscire allo scoperto e di dar vita al Coro della Sosat.
Fin da subito il coro raccoglie il consenso del pubblico. I primi concerti si tangono in varie località del Trentino e ben presto, per il suo canto spontaneo, istintivo, “a orecchio”, che dà vita a eventi unici e irripetibili, il gruppo diventa famoso in tutta l’Italia settentrionale. Ed attira l’attenzione anche di nomi importanti della scena musicale di quegli anni. Luigi Pigarelli (1875-1964), magistrato trentino e compositore, e Antonio Pedrotti (1901-1975), musicista e direttore d’orchestra che aveva studiato al conservatorio di S. Cecilia ed era stato allievo di Ottorino Respighi, intuiscono che quel gruppetto di amici che stavano proponendo un nuovo modo di cantare, lontano dalle esagerazioni del melodramma, aveva grandi potenzialità. Iniziano così a donare al canto popolare di montagna, un repertorio di brani e armonizzazioni che ne segneranno la storia e che è vivo e attuale ancora oggi.
Curioso, il primo incontro di Pedrotti, che all’epoca studiava a Roma, con il coro nato pochi mesi prima a Trento. I componenti del giovane coro della Sosati erano stati invitati ad esibirsi in casa del commendator Giovanni Pedrotti, all’epoca presidente della Sat, per il suo compleanno. Durante il breve concerto, squilla il telefono. Dall’altro capo della cornetta c’è Antonio, che chiamava per fare gli auguri al padre. Ed è il padre che, a un certo punto, gli dice “senti un po’ chi c’è qui in casa”. Le note di un canto di montagna corrono così lungo il filo del telefono fino a Roma, sancendo un legame di amicizia e di collaborazione che si sarebbero consolidate con il passare del tempo.
Non solo Pedrotti e Pigarelli si interessano al neonato coro della Sosat. È il luglio 1927 quando Toni Ortelli (1904-2000), alpinista, direttore di coro e compositore italiano, consegna a Nino Peterlongo la melodia e le parole di un canto che sarebbe diventato una colonna del canto di montagna.
“Là su per le montagne/ tra boschi e valli d’or/ tra l’aspre rupi echeggia/ un cantico d’amor./ La montanara, ohè/ si sente cantare/ cantiam la montanara/ e chi non la sa”.
Ortelli frequentava ancora l’università di Torino e, durante un’escursione al Pian della Mussa, nel comune di Balme, ispirato dal canto di un pastorello, butta giù il testo e la melodia di questo brano, completato in serata, al rientro, con gli amici trentini in un locale torinese. Nasce così “La montanara”, uno dei più celebri canti di montagna, ispirato alla leggenda ladina di Soreghina, figlia del Sole. Ad armonizzare la melodia fu successivamente Pigarelli. Il coro della Sosat cantò il brano a orecchio la prima volta pubblicamente a Roma, ai microfoni dell’Eiar (Ente italiano per le audizioni radiofoniche, la “nonna” della Rai) il 7 aprile 1929 e ne curò la prima edizione del 1930.
Ad oggi “La Montanara” è stata tradotta in 148 lingue. Il Coro della Sosat l’ha proposta a gennaio al Muse, il museo di scienze di Trento, in occasione del primo dei concerti che hanno aperto le celebrazioni per il centenario.
Negli anni la collaborazione di Pigarelli e Pedrotti ha portato alla creazione di un vero e proprio patrimonio di canti e melodie: un centinaio i canti armonizzati da Pigarelli e una quarantina le melodie nate dalla penna del famoso direttore d’orchestra. Tutto il materiale è stato pubblicato dalle edizioni Fratelli Pedrotti ed è stato messo a disposizione di chi, sulle orme del coro della Sosat, volesse dar voce ai canti di montagna. Brani che hanno costituito e costituiscono la colonna sonora della vita di molti coristi e di appassionati di montagna.
Il coro della Sosat continua la sua attività anche durante gli anni del fascismo, anche se deve cambiare il nome, perché quell’aggettivo – “operaio” – non era gradito al regime. Nel 1941 il canto viene interrotto dalla guerra: molti dei coristi sono chiamati alle armi.
La sala prove si riapre nel maggio del 1945 quando il primo sindaco di Trento del dopoguerra, Gigino Battisti, chiama Nino Peterlongo a ricostituire la Sosat e il suo coro. Grazie all’impegno dei fratelli Pedrotti, il canto riprende nel dicembre di quell’anno nelle sale di Palazzo Bortolazzi, in via Malpaga 17, nel centro storico della città, in quella che è ancora oggi la sede in cui, tutti i giovedì sera, il coro si ritrova per le prove. Sull’esempio del coro della Sosat nascono molte altre formazioni corali, tanto che nel 1963 nasce la Federazione trentina cori, che oggi conta al suo interno 191 formazioni corali che coinvolgono oltre 5.800 persone di tutte le età.
Il Coro della Sosat oggi è presieduto da Andrea Zanotti, professore ordinario di diritto canonico alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Bologna, ed è diretto da Roberto Garniga. La formazione conta al suo interno 43 voci: 13 tenori primi, 8 tenori secondi, 10 baritoni e 12 bassi.
Domenica scorsa, a conclusione del Trento Film Festival i canti del Coro della Sosat sono stati protagonisti di “100 anni Sosat”. Il racconto di questo primo secolo di musica e tradizione ha riempito la sala della Filarmonica di Trento e riecheggia, ancora oggi, nelle immagini pubblicate sulla pagina Fb del coro.
Quello di domenica scorsa è solo uno degli appuntamenti che scandiranno questo anno di celebrazioni. Il più importante dei quali sarà lunedì 25 maggio, quando il coro della Sosat tornerà ad esibirsi nella sala grande del castello del Buonconsiglio. Là dove tutto è iniziato.