Mosaico
Una mostra a Este sulle reliquie della Beata, ottocento anni dopo. E un sentiero che si riapre. Sono due pianelle di cuoio – due calzature femminili – una quasi intera, l’altra incompleta: tomaia decorata a traforo, tracce di ricuciture, un sottile bordo di pelle colorato di rosso. La didascalia dice l’essenziale: è evidente che sono state usate. Sono il cuore della mostra allestita nel Duomo di Este per gli ottocento anni dalla morte della beata Beatrice d’Este, la giovane estense che lasciò la corte per il monte Gemola e vi morì il 10 maggio 1226. Accanto a esse, frammenti di stole ricamate e ampolline di olii ormai essiccati, custoditi per secoli dalle monache di Santa Sofia di Padova come «mobiglie divote e sante».
Reliquie di una santa che il suo primo biografo descrive senza miracoli, senza prodigi: soltanto «una meravigliosa carità ed una meravigliosa umiltà». Una santità che non si lascia raccontare in episodi, ma solo in tracce. Per questo la mostra non è un’esposizione di reperti, ma la riapertura di una cassetta di memoria. E i calzari, nel cristianesimo, non sono mai stati oggetti neutri: sono il punto di contatto tra il corpo e la terra. Cristo cammina, e i suoi camminano con lui; annunciare il Regno significa, anzitutto, camminare. Le pianelle di Beatrice appartengono a questa logica umile: non raccontano il trionfo, ma la direzione di una vita. Don Bruno Cogo, studioso attento e maestro amato della memoria atestina, l’aveva colto con precisione: quegli oggetti, scriveva, ci parlano «dei suoi piedi che hanno percorso gli ultimi passi della sua vita, offerta a Dio sulle pietre del monte Gemola».
Accanto alle pianelle stanno le ampolline degli olii. Il documento duecentesco dice che il corpo della Beata fu deposto «onorevolmente con aromi»: non un dettaglio funerario, ma l’eco del Cantico dei Cantici. «In odorem unguentorum tuorum currimus»: al profumo dei tuoi unguenti corriamo – corriamo post te, dietro a te, sulle sue orme. E chi cammina dietro al profumo, lentamente, lo porta addosso. «Christi bonus odor sumus» scrive Paolo: siamo noi stessi il buon profumo di Cristo. Beatrice, che sul Gemola consumò le sue pianelle nel lavoro e nella preghiera, è una di quelle vite che si sono lasciate trasformare in profumo. Per questo, alla sua morte, le monache la unsero di aromi: non perché fosse finita, ma perché continuava a essere una scia.
«La santità di Beata Beatrice è una strada aperta a tutti», scrive don Franco Rimano, parroco del Duomo, nel notiziario della parrocchia: «non servono miracoli o gesti straordinari. È necessario attuare ogni giorno piccole scelte di verità, sincerità, autenticità». È strada, non miracolo; direzione, non eccezione. E le pianelle non sono fatte per essere guardate: sono fatte per essere calzate. Per questo, accanto alla mostra, la comunità del Duomo propone Il sentiero di Beatrice, un cammino a piedi sui suoi passi, da Este verso Calaone, fino ai luoghi del primo monastero: lo stesso paesaggio che lei vedeva, offerto a chi voglia passare dalla devozione alla sequela, dalla reliquia all’orma propria. Si entra in Duomo per vedere ciò che resta di una vita che ha camminato; si esce, se si vuole, per cominciare a camminare.
Si estende per quasi 10 km attraverso il territorio di Este, Baone e Cinto Euganeo. è di media difficoltà, prevede un’alternanza di tratti stradali e sterrati, con nove punti di sosta.