Fatti
Il primo discorso di Leone XIV in Perù sarà rivolto alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, mercoledì 11 novembre alle 19.45 al Gran Teatro Nacional di Lima, dopo l’arrivo da Buenos Aires e la visita alla presidente della Repubblica, Keiko Fujimori, in carica dal 28 luglio. Il giorno dopo, sul piazzale della cattedrale, il programma prevede un incontro sulle sfide e le speranze per il futuro del popolo peruviano. Sul Paese che attende il Papa il Sir ha intervistato il politologo Eduardo Dargent, professore ordinario di Scienza politica alla Pontificia Università Cattolica del Perù.
Professor Dargent, come descriverebbe oggi la situazione politica e istituzionale del Perù? Negli ultimi anni il Paese ha attraversato una forte instabilità politica: quali sono le cause più profonde di questa crisi e che conseguenze ha avuto sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni?
Le cause sono diverse, ma sottolineerei il rafforzamento del Congresso, che dal 2016 ha potuto interpretare in modo abusivo le proprie prerogative nei confronti del potere esecutivo. Questo include la possibilità di destituire i presidenti senza una causa chiara: basta avere i voti. Parallelamente sono cresciuti fenomeni legati alla presenza di economie informali e illegali, che sono riuscite a costruire legami nel sistema politico. Il sistema politico precedente non era certo una meraviglia, anzi, è proprio per le sue carenze che i problemi sono cresciuti, ma quanto meno consentiva più stabilità politica, il mantenimento di alcune riforme e in generale una maggiore qualità del potere esecutivo. I cittadini avevano già una percezione dura delle loro autorità, ma dal 2016 questa percezione si è aggravata. E ancora di più con l’aumento della criminalità e delle estorsioni nel Paese. Il Perù non è neanche lontanamente tra i Paesi più violenti della regione, ma la crescita degli ultimi anni e il tipo di reati estorsivi che ci colpiscono accrescono questa percezione di crisi e di vivere in un Paese violento.
Quali sono oggi le principali preoccupazioni della società peruviana e quali problemi toccano più direttamente la vita quotidiana della popolazione?
Oggi è la criminalità il tema che preoccupa di più i cittadini. Anche la corruzione, ma molto più distanziata. Come dicevo prima, con la diffusione delle estorsioni il crimine tocca nella vita quotidiana una parte considerevole della popolazione, anche se non è una società violenta come quelle di altri Paesi della regione.
Quanto pesano ancora le differenze tra Lima e le regioni andine e amazzoniche, sia dal punto di vista economico sia in termini di rappresentanza politica e di accesso ai servizi?
Se si guardano le mappe della presenza dello Stato realizzate negli ultimi anni, queste differenze sono ancora molto evidenti. Dal 2003-2004, grazie a un boom delle risorse piuttosto favorevole per il Paese, abbiamo visto lo Stato crescere ed essere più presente. Ma i divari sono ancora grandi, soprattutto tra le regioni, con effetti diversi della crescita economica, in particolare sull’accesso ai servizi. Non mi azzarderei a indicare forme migliori o peggiori di rappresentanza politica tra le regioni, perché ci sono difficoltà in tutte. Ma in alcune città e distretti vediamo una certa continuità nella qualità dei servizi, con cittadini che esigono dalle autorità alcuni standard minimi. Non so quanto ciò sia generalizzabile, ma di certo deve essere una minoranza.
Come descriverebbe oggi il rapporto tra i cittadini, i partiti politici e lo Stato? Esiste ancora un problema di rappresentanza e di distanza tra le istituzioni e la società?
Ci sono problemi di rappresentanza: la società non si sente rappresentata dai partiti politici né dalle autorità dello Stato. La distanza è piuttosto grande, anche in prospettiva comparata. Tuttavia, si stanno affermando alcune forme di rappresentanza che non fanno bene alla democrazia né alla costruzione dello Stato. Ci sono economie informali e perfino illegali, come la piccola attività mineraria dell’oro, che sono riuscite a stabilire legami con le autorità locali, regionali e perfino nazionali, nel Congresso. Lì vediamo una funzione di rappresentanza di quegli interessi, ma non per costruire uno Stato e una regolazione di qualità. Tutto il contrario: per opporsi a quella presenza dello Stato e a una regolazione più adeguata.
Secondo lei, quali sono le priorità che il Perù dovrebbe affrontare nei prossimi anni per recuperare stabilità, fiducia e coesione sociale?
Senza dubbio una risposta efficace contro la criminalità e un aumento del lavoro legale, formale e di qualità, che diventi un’opzione capace di dare benessere. Su questo siamo impegnati tutti i Paesi dell’America Latina, e il contesto attuale è piuttosto complicato per ottenere risultati sullo sviluppo. È peggio se, oltre a questi problemi strutturali, abbiamo governi deboli, senza capacità tecniche e incapaci di controllare la corruzione.
In questo contesto, che Paese troverà Papa Leone XIV quando arriverà in Perù?
Un Paese un po’ più tranquillo dal punto di vista politico, perché l’attuale potere esecutivo ha gruppi parlamentari numerosi in entrambe le Camere del Congresso, e questo limita il dibattito su possibili destituzioni presidenziali. Inoltre oggi in Congresso ci sono gruppi di opposizione che nel complesso sembrano più programmatici, meno inclini a spartirsi benefici e a cercare di controllare il potere esecutivo. Ma allo stesso tempo è un Paese preoccupato per il rendimento del governo, con un altro settore preoccupato per il passato autoritario del fujimorismo e per alcuni suoi atti recenti, quando controllava il Congresso, e con cittadini che perdono in fretta la fiducia che il governo possa risolvere i problemi. Speriamo che la visita del Papa aiuti a ritrovare alcuni punti di consenso e un’agenda di medio periodo, e a frenare discorsi assurdi rivolti a settori radicalizzati, che non servono a risolvere i problemi che oggi ci opprimono.