Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
C’è un vocabolario che ci appartiene e che caratterizza la nostra vita. Ci sono parole che usiamo spesso perché hanno un valore inestimabile; altre che usiamo poco perché a livello emotivo avvertiamo una certa distanza, le percepiamo non corrispondenti al nostro essere e alla nostra evoluzione. Ci sono inoltre termini e costruzioni letterali che ci pongono in un atteggiamento sospettoso e richiedono una capacità personale di purificazione da interpretazioni alquanto ammuffite e fuorvianti.
Scrivo questa premessa, perché quando mi sono ritrovato a leggere e a meditare il Vangelo di Giovanni proposto per la sesta domenica di Pasqua, sono rimasto colpito da questa espressione di Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre».
Ciò che ha attirato la mia attenzione e le mie perplessità è la costruzione iniziale della frase («se mi amate…») e la parola finale adoperata successivamente da Gesù («…osserverete i miei comandamenti»). E così mi sono ritrovato a pensare a tutti quei “se” che nella mia vita in modo evidente o in modo subdolo hanno avuto il gusto amaro del ricatto. Probabilmente tanti “se” sono stati pronunciati in buona fede, altri con il tempo si ha la maturità di valutarli e elaborarli. È pur vero che l’esperienza permette di discernere e di rigettare qualsiasi forma che sa di condizionamento della libertà personale. E lo stesso discorso vale per la parola “comandamenti”: pronunciata dalla bocca di Gesù ci sembra limitante soprattutto se la colleghiamo alle Tavole della Legge e alla parola obbedienza, di fatto mai usata da Gesù nei vangeli in riferimento a Dio e alle persone. Perciò, che cosa ci vuole dire il Maestro con queste parole?
Credo, riflettendo con calma, che quella frase debba necessariamente essere collocata nel contesto del discorso di addio e vada illuminata dal gesto disarmante della lavanda dei piedi che Gesù ha appena compiuto. L’amore di cui parla Gesù non è un semplice sentimento, non è un’emozione passeggera e inconsistente che fa palpitare il cuore. Ma l’amore per essere vero e credibile, oltre lo slancio emotivo necessario, richiede un’effettiva consequenzialità, cioè rimanda a una concretezza visibile nei gesti e nei comportamenti. Gesù, infatti, non ha solamente parlato tante volte di amore ma lo ha testimoniato con i suoi gesti: nella lavanda dei piedi ha dato un segno credibile e visibile di amore. E per questo, quando Gesù parla di “comandamenti” in realtà sta richiamando ciò che ha precedentemente detto, quello che è la sintesi di ogni comandamento: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». Questo comporta per noi che l’invito all’amore diventa l’incarnazione credibile del suo itinerario, è la strada per la quale sperimentare la sua presenza e nello stesso tempo ci offre lo spazio della creatività per rendere visibile e concreto questo amore. In realtà, noi avvertiamo spesso il senso di inadeguatezza, le nostre paure, le nostre infedeltà e le nostre fragilità dell’amore. Proprio per questo, Gesù ci offre la garanzia di una presenza invisibile ma viva e reale: «vi darà un altro Paràclito… lo Spirito della verità».
Nel momento in cui Gesù sta per distaccarsi fisicamente dai suoi amici, avvertendo il loro turbamento e il loro senso di smarrimento, promette a loro e a noi il dono del suo Spirito. E con il termine “Paràclito” indica l’azione dello Spirito: è lo Spirito che consola, che soccorre, che difende, che sta dalla nostra parte. E lo abbiamo sperimentato e continueremo a sperimentarlo: penso ai momenti della vita in cui il senso di solitudine rischia di invadere tutti gli spazi della speranza, quando ci sentiamo confusi e in balia degli eventi, quando il cammino del Maestro richiede maggiore determinazione, allora il Paràclito ci aiuta a non perdere fiducia, a non perdere di vista il punto di riferimento, a continuare con perseveranza i nostri cambiamenti.
Lo Spirito è e sarà la garanzia della sua presenza e ci assicurerà che lungo il cammino troveremo in modo inaspettato sempre qualche persona capace di fermarsi, di ascoltarci, di porsi accanto, di prendere le nostre difese e di proteggerci. E questo ci permetterà di sperimentare l’amore.
Ancora, lo Spirito Paràclito rappresenta le consolazioni che sperimento, mi svela la verità delle cose che ricerco, mi indica le persone che mi educano all’amore autentico. E, prendendo spunto dalla prima lettera di Pietro proposta nella seconda lettura, lo Spirito mi suggerisce le parole e mi educa ad essere pronto «a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Ancora da questa lettura, sono rimasto affascinato dagli atteggiamenti che Pietro indica: «Questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza». Credo che siano atteggiamenti da scoprire, maturare e coltivare anche nelle nostre relazioni e nelle nostre comunità. Infatti, nella misura in cui entreremo nella logica evangelica dell’amore, faremo una vera esperienza dello Spirito, sapremo restare in Lui e Lui sarà con noi, allora ci sarà sempre qualcosa che potrà manifestarsi in noi. Perché l’amore autentico, quello che sperimenterò e donerò, mi aiuterà a essere rivelato da Lui e io rivelerò sempre qualcosa di nuovo di me!