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Chiesa IconChiesa | In dialogo con la Parola

giovedì 30 Aprile 2026

Gesù, strada per compiere opere più grandi

V domenica di Pasqua (anno A) Atti degli apostoli 6,1-7 Salmo 32 (33) 1 Pietro 2,4-9 Giovanni 14,1-12
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Ci sono momenti in cui ci sentiamo particolarmente fragili e vulnerabili e sentiamo la necessità di essere rassicurati con le parole, di percepire la vicinanza delle persone che hanno a cuore la nostra vita. Spesso in questi momenti si moltiplicano le domande e vorremmo che immediatamente qualcuno ci fornisse le risposte e le garanzie che cerchiamo. Viviamo queste dinamiche umane, le stesse che ha vissuto anche il gruppo dei discepoli. Il Vangelo che viene proposto nella quinta domenica di Pasqua si colloca durante l’Ultima cena, in un momento di tensione e intimità: Gesù ha appena lavato i piedi ai suoi amici. E, ancora increduli, stanno faticando a comprendere il senso delle sue parole sul suo epilogo e del suo gesto. Capiamo, dunque, il senso di smarrimento e i sentimenti di paura che abitano il cuore dei discepoli, un turbamento che impedisce di comprendere il senso di ciò che sta per capitare. Questi vissuti raggiungono la massima drammaticità: dunque, questo passaggio è difficile da capire e non riescono ad avere fiducia, a vivere un distacco dal loro Maestro, a credere nella garanzia della sua presenza e della sua vita, anche dopo la sua morte. Per questo, Tommaso e Filippo gli pongono alcune domande. Mi immagino che non siano state le sole in quella sera. Gesù accoglie i loro sentimenti, desidera che i suoi amici si sentano capiti, li aiuta nella comprensione di un paradosso: cioè che la sua morte non sarà una perdita, ma aprirà a una forma nuova di presenza, ancora più intensa. Gesù vuole rassicurarli sul fatto che lui ci sarà: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Mi affascina da sempre Gesù che sa cogliere ciò che abita nella profondità dei nostri cuori, che non si ferma tanto a vedere i volti imbronciati, quanto a accogliere le paure, il turbamento e i sentimenti delle persone, parlando apertamente.

Tommaso e Filippo, come scrivevo, riescono a esplicitare le loro domande: è sicuramente un passaggio importante anche per noi, quando riusciamo a guardare in faccia le nostre paure e diamo voce alle domande che ci abitano. Tommaso, infatti, chiede: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Quante volte, partendo dagli eventi che ci turbano, dalla confusione che si ammassa nella testa, dalla paura del futuro e nel fare certe scelte, non sappiamo la strada da intraprendere e se anche la intravvediamo ci manca il coraggio di partire. Tuttavia, mi affascina la risposta che Gesù dà a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita». Quello che mi colpisce è il fatto che Gesù non dà delle istruzioni precise ma si propone lui come strada e come cammino. Infatti, non afferma di avere la via, la verità in tasca, di possedere la vita, in modo esclusivo. Non usa il verbo avere, non si rapporta con le persone con la categoria del “possedere”, non esercita il controllo sulle scelte e sulla coscienza delle persone. Invece, condivide ciò che è: la sua identità e il suo cammino possono diventare un aiuto concreto alle persone per trovare la propria strada, per conoscere la propria verità e per vivere in pienezza. Così propone la sua esperienza e il suo messaggio: come una strada da seguire per comprendere la verità, nella prospettiva di una vita realizzata.

Mi fa sorridere l’espressione di Filippo, perché assomiglia alle nostre richieste: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Nelle sue parole colgo la fretta che spesso caratterizza il nostro cammino di fede. In realtà, vorremmo che fosse più semplice credere, avremmo bisogno di alcuni segni eclatanti per sciogliere i nostri dubbi. Eppure, per Gesù non è così. «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo?». Chissà da quanto tempo sentiamo parlare di Gesù: ma lo abbiamo realmente conosciuto? O stiamo proiettando su di lui il nostro bisogno di rassicurazione? Da quanto tempo lo stiamo seguendo e chissà quante volte abbiamo la sensazione di non averlo ancora capito. Perciò Gesù sente il bisogno di aiutare Filippo, e anche noi, spalancando ancora di più il suo cuore, rivelando la sua esperienza e la sua particolare relazione con il Padre: «Chi ha visto il Padre ha visto me» e poi «Io sono nel Padre e il Padre è in me»; ancora: «Il Padre che rimane in me compie le sue opere». Queste parole esprimono il loro rapporto, il fatto che tra i due c’è una profonda conoscenza, uno conosce tutto dell’altro tanto da essere parte di lui. Dunque, un’unione così reale da consentire che uno agisca nell’altro: è l’esperienza della relazione più intima, nella quale la condivisione svela ogni aspetto e ogni dimensione della persona. Proprio per questo mi spiazza sorprendentemente il finale del vangelo: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Tanti di noi soffrono di bassa autostima e dinanzi a certe situazioni ci sentiamo inadeguati nel dare le risposte o nel compiere determinate azioni. Quello che Gesù ci garantisce è qualcosa che forse non abbiamo mai preso in seria considerazione: cioè, il fatto che ognuno ha in sé le potenzialità per “compiere opere più grandi”. E così, ho ripensato a quello che i suoi discepoli sono riusciti a fare dopo la risurrezione di Gesù, quando si sono liberati da qualsiasi paura e turbamento, quando hanno scelto di seguire la strada del loro Maestro. Ognuno di noi può fare cose grandi, nella misura in cui libererà Dio dalle aspettative inappropriate e dalle verità che lo appesantiscono, in cui tenterà con fiducia, senza paura, di percorrere il suo cammino, per scoprire la propria verità, per cercare e realizzare quella vita in abbondanza che è più di una semplice promessa.

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