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Il mese di novembre si apre con due diversi stati d’animo, da un lato la gioia per fare memoria dei tanti santi molti noti e altri conosciuti solamente da Dio; dall’altro le lacrime per le persone care che hanno lasciato questa nostra vita terrena. Due date che si susseguono nel calendario della vita e diventano messaggio per il credente chiamato a vivere nella verità della fede il suo essere cristiano. Ma anche tempo per riflettere su quel guardare in alto, alla Gerusalemme celeste, e tendere alla santità già su questa terra, e nello stesso momento occasione per prendere coscienza che il tempo a nostra disposizione è limitato, come la sabbia dentro l’ampolla della clessidra. I giorni scorrono, come i granelli, uno dopo l’altro, fino all’ultimo; e questo chiede una corretta riflessione sulla vita e sulla morte, invito, diceva Benedetto XVI, a “non essere tristi come gli altri che non hanno speranza”.
La prima lettura, tratta dall’Apocalisse di Giovanni, ci parla dei santi “servi del nostro Dio”, di coloro che “vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”. Papa Leone, all’Angelus, ricorda che i santi “hanno fatto della propria vita un dono a Dio e al prossimo”. Sono una “moltitudine immensa”, leggiamo nell’Apocalisse, che da un numero: centoquarantaquattromila. Ma questa cifra non è da considerare come un limite ma esprime la totalità del popolo, ovvero dodicimila persone per ognuna delle dodici tribù di Israele: cioè, appunto, una “moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua, leggiamo sempre nell’Apocalisse”.
Ma chi sono questi sante e questi santi? Per Giovanni Paolo II sono quanti hanno saputo “andare controcorrente, accogliendo il ‘discorso della montagna’ come norma ispiratrice della loro vita”. Per Leone XIV “si tratta di poveri in spirito, ma ricchi dell’amore di Dio. Hanno volti rigati dalle lacrime, ma consolati nella preghiera. Sono miti di fronte alla violenza e ricompensati dal Padre. Affamati di giustizia e saziati nell’intimo della coscienza. Disponibili al perdono e abbracciati dalla misericordia. Disarmati nel cuore, ma custoditi da Dio. Costruttori di pace, chiamati per nome da Dio. Perseguitati e offesi, ma forti nella fede e nella carità”. Parole che sono quasi lettura e commento del Vangelo di Matteo, ovvero il discorso delle beatitudini
Sono persone, afferma ancora il vescovo di Roma, che con la grazia di Dio hanno generato “essenzialmente gesti e scelte d’amore, che superano i calcoli dell’avidità e la prepotenza del male che a volte sembra prevalere”; sono ancora “il segno più bello e più forte del Regno di Dio che viene, anzi – come insegna Gesù – che è già in mezzo a noi”. Una moltitudine che “abbraccia le più diverse provenienze, culture e situazioni di vita”, afferma ancora il Papa, perché la santità “non è un privilegio per pochi, ma è una vocazione universale che interpella ciascuno di noi lì dove viviamo”.
In questo giorno in cui si fa memoria di tutti i santi, Leone XIV invita a pregare per “l’immensa famiglia dei fratelli e delle sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio terreno, per i defunti, specialmente per quelli che nessuno ricorda”. E annuncia che nel giorno loro dedicato celebrerà la messa al cimitero del Verano, come hanno fatto alcuni dei suoi predecessori. Nell’enciclica Spe salvi Benedetto XVI scrive che anche oggi bisogna “evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere”; e si domanda se “la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita?”. Oppure, come diceva Blaise Pascal, non avendo nessun rimedio contro la morte gli uomini “hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci più”.
Nel dopo Angelus il Papa ha ricordato l’azione umanitaria a favore della popolazione di Oleshky, uomini, donne e bambini anche loro prigionieri, scrive l’inviata del Corriere della sera, “di una occupazione che dura da quattro anni e mezzo, della paura, di una città dalla quale non riuscivano più a uscire”. L’auspicio di Leone XIV è che “la collaborazione tra le parti, che ha reso possibile questo doveroso gesto di umanità, faccia crescere la volontà di dialogo e porti a nuove iniziative concrete di pace”; e affida a Maria “Regina della pace e di tutti i Santi, quanti in ogni parte del mondo soffrono a causa delle guerre”.