Fatti
I minori di tredici anni sono tutelati in maniera adeguata rispetto all’utilizzo dei social network? Sembrerebbe proprio di no, almeno secondo la Commissione europea che ha recentemente contestato a Meta una possibile violazione del Digital Services Act (DSA), il nuovo regolamento europeo che impone obblighi più severi alle grandi piattaforme online, soprattutto nei confronti dei giovanissimi.
In effetti, la percentuale di under 13 presenti su Instagram e Facebook è piuttosto alta (10-12%), nonostante il divieto formale imposto dalle stesse piattaforme. Negli ultimi giorni il gruppo di Zuckerberg ha annunciato il potenziamento dei sistemi di “age assurance”, cioè i meccanismi per stimare l’età reale di quegli utenti che utilizzerebbero dati falsi per la registrazione. La novità più interessante riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dell’analisi visiva di foto e video per individuare possibili account appartenenti a minori. Il sistema si affiancherebbe poi ai cosiddetti “Teen Accounts”, profili dedicati agli adolescenti tra 13 e 15 anni con impostazioni di sicurezza rafforzate: account privati di default, limitazioni nei messaggi diretti e maggiore controllo parentale.
In ogni caso sarebbe riduttivo limitare la portata del problema al controllo tecnico degli accessi dei minori a queste piattaforme. La questione più allarmante è il rapporto sempre più precoce tra bambini e ambienti digitali progettati per massimizzare attenzione, coinvolgimento e permanenza online.
In Italia, in particolare, il tema è tornato al centro del dibattito anche dopo alcune iniziative del Moige (Movimento Italiano Genitori) e di altre associazioni familiari, che accusano i social di favorire meccanismi di dipendenza e di esposizione precoce a contenuti inappropriati. Notifiche continue, video brevi, feed personalizzati e raccomandazioni automatiche sono progettati per mantenere gli utenti costantemente connessi. Per i minori, spiegano psicologi ed esperti di educazione digitale, queste continue sollecitazioni determinano forte vulnerabilità emotiva, dipendenza comportamentale e stati di ansia.
Il filosofo coreano Byung-Chul Han, definito da alcuni “il pensatore più postato della Gen Z”, descrive una società dominata dall’iperconnessione, dalla performance continua e dall’autosfruttamento digitale. Secondo il filosofo, il potere degli algoritmi non si impone più attraverso il controllo esplicito, ma tramite il coinvolgimento costante degli utenti: scroll, like e notifiche diventano automatismi quotidiani che modellano attenzione, desideri e identità.
Sul suo blog personale anche Paolo Benanti, francescano del terzo ordine regolare ed esperto di etica delle tecnologie, nonché consulente in organismi internazionali sull’intelligenza artificiale, richiama l’attenzione sul rapporto tra minori, algoritmi e responsabilità adulta. “Il problema vero è l’abbandono educativo”, spiega, sottolineando come bambini e adolescenti vengano spesso lasciati soli dentro ambienti digitali progettati per catturare attenzione e tempo di permanenza.
Benanti parla della necessità di introdurre “guardrail etici”, cioè confini capaci di orientare lo sviluppo tecnologico verso la tutela della persona. “Non possiamo lasciare che siano le macchine a educare i ragazzi”, osserva il religioso, evidenziando il rischio di delegare agli algoritmi funzioni che appartengono alla famiglia, alla scuola e alla comunità educativa. Il nodo investe anche gli effetti cognitivi e relazionali dell’iperconnessione. Il digitale rischia di disabituare la mente alla complessità, determinando una possibile riduzione della capacità critica, dell’attenzione e dell’approfondimento nelle nuove generazioni.
Così le riflessioni di Benanti e Byung-Chul Han finiscono per incrociarsi: il problema non è soltanto tecnologico, ma educativo, culturale e perfino antropologico. In gioco non c’è solo la sicurezza online, ma il modo in cui le nuove generazioni imparano a costruire relazioni, attenzione critica e identità dentro un mondo sempre più guidato dagli algoritmi.