Idee
L’adolescenza è un periodo di conflittualità e solitudine, in cui la relazione con l’adulto diviene in alcuni casi molto difficile. Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del recente volume “Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti” (Raffaello Cortina, 2025),
Quali sono i conflitti che maggiormente interessano gli adolescenti?
L’adolescenza è una fase della vita in cui si compiono processi evolutivi profondi. Il cambiamento più evidente riguarda il corpo, che abbandona progressivamente i tratti dell’infanzia per acquisire una dimensione adulta e generativa. Questa trasformazione porta con sé anche una nuova consapevolezza: quella della propria vulnerabilità e mortalità. Questo passaggio spesso è vissuto in maniera conflittuale e contraddittoria. Oggi poi, rispetto al passato, il forte condizionamento esercitato dai modelli estetici e dagli ideali di perfezione imposti dalla società complica ulteriormente le cose. Proprio a causa di questo travaglio interiore, l’adolescenza viene talvolta definita “una seconda nascita”. In questa fase il conflitto può interessare anche la visione del futuro e le relazioni.
Oggi è corretto parlare di conflitto generazionale?
Il conflitto generazionale non è mai stato così poco significativo come negli ultimi due decenni. La figura dell’adolescente trasgressivo, che si opponeva all’“ordine costituito” non appartiene a questa epoca. Nello scenario della società performante e narcisista, che precocizza senza però realmente educare all’autonomia, la figura dominante è quella dell’adolescente deluso che vede crollare le sue aspettative e sperimenta il senso dell’inadeguatezza, della vergogna. In questo contesto il conflitto generazionale lascia il posto in alcuni casi al ritiro sociale, ai disturbi alimentari, alla depressione. La frustrazione e la rabbia vengono espresse con l’autolesionismo, o in alcuni casi con episodi di violenza tra coetanei. In situazioni estreme si arriva al suicidio.
Nel suo ultimo libro “Chiamami adulto” Lei parla della solitudine dei giovani. Da dove scaturisce la solitudine in una società iperconnessa come la nostra?
Spesso “si racconta” che alla radice delle fragilità dei giovani sia il fatto che “hanno avuto troppo”. In realtà, gli adolescenti si confrontano con una società “dissociata”, dove gli adulti promettono ascolto, ma di fatto tradiscono il patto e li lasciano soli. L’ascolto viene meno di fronte a emozioni come la paura, la tristezza e la rabbia, perché “disturbano” e quindi spesso vengono perfino negate.
Che cosa intende dire definendo “dissociato” il mondo degli adulti?
La generazione degli adulti è fortemente individualista e ripiegata sui propri bisogni. Stiamo consegnando ai nostri figli un pianeta devastato dall’inquinamento, il futuro è incerto e l’economia disastrata. I genitori sono sopraffatti dai ritmi lavorativi e dedicano alla famiglia ritagli di tempo. La scuola chiede soprattutto perfomance e non sa adeguarsi alle trasformazioni sociali, chiama “bisogni educativi speciali” quelli che dovrebbero essere “bisogni normali” negli studenti. L’opinione pubblica attribuisce ai giovani una dipendenza da Internet che di fatto non esiste, perché non parametrabile in una società sempre più on line. Si ricerca nei social network e nei videogiochi la radice degli episodi di violenza, quando di fatto nel mondo ci sono 56 guerre in atto e i media ne riportano crudamente le cronache.
Il risultato di questa dissociazione è la fragilità emotiva degli adolescenti…
Certo, ma si tratta di una fragilità che si rispecchia perfettamente in quella degli adulti. Non è l’effetto collaterale di “chi ha avuto troppo” e quindi necessita di “no” o punizioni. È la risposta di chi non ha potuto sperimentare emozioni non gradite agli altri, quindi non legittimate. Il tradimento del patto di ascolto con gli adulti ha determinato un disinvestimento emotivo e la crescita di stati di ansia generalizzata.
Cosa può fare la scuola per le nuove generazioni?
Innanzitutto uscire dalla cultura del nozionismo e smettere di misurare gli apprendimenti in maniera anacronistica. L’acquisizione del sapere deve procedere di pari passo con la costruzione dell’identità dell’individuo. Umberto Eco, già più di vent’anni fa, affermava che la vera cultura consiste nel saper reperire l’informazione giusta nel minor tempo possibile. Occorre insegnare agli studenti a fare domande intelligenti e affrontare con loro il “vuoto dell’apprendimento”, ovvero la ricerca di quello che nessuno sa. Oggi il modo di processare la conoscenza è cambiato. Non dobbiamo poi dimenticare che gli studenti si appassionano alle lezioni di chi sa entrare autenticamente in relazione con loro.
Quali sono le strategie per costruire una sana relazione con gli adolescenti?
La prima domanda da cui partire è: l’altro chi è? E poi ci si deve sempre chiedere se l’azione che si intraprende sia finalizzata realmente al bene, o a vantaggio, di colui che stiamo educando. L’educatore o il genitore più che “saper fare”, deve “saper stare” in relazione con l’adolescente, accettando e accogliendo anche le sue emozioni negative. La trasmissione dei valori non può tradursi in una prevaricazione emotiva, in una sorta di bullismo adulto o nell’autoritarismo. Occorre chiedere, fare domande e mettersi realmente in ascolto delle risposte, si scoprirà così che i giovani sono disponibili ad aprirsi in maniera sorprendente e a partecipare attivamente al dialogo educativo.