Mosaico
“Divento di Roma di notte, di giorno, d’estate, d’inverno divento,/di mani/di bolle di sapone di bambini per strade che forse avremo/di Gerusalemme/dove prego che mi guardi ancora,/così io divento/di polline d’ape, di propoli e miele, di ossa e santi sepolcri,/ di mura di pianti, di guerre di croci/ di padri nostri, di pace e quartieri in cui siamo nati (…)”.
Poesia viaggio, fuori e dentro, nella metropoli e nelle terre del sacrificio di innocenti cui assistiamo impotenti, se non fosse che qui, in “La rosa dei versi” di Cecilia Lavatore (Fuorilinea-Pithecusa, 198 pagine, euro 15, con una postfazione di Lorenzo Maragoni), regna sovrano il giovanneo “scrivi dunque le cose che hai visto”.
La sacralità dello sguardo poetico è intesa nel senso arcaico di unione e separazione in un mondo in cui la tentazione dell’abbandono è forte, con le visioni che le cronache offrono alla frettolosa attenzione dei viandanti e degli spettatori metropolitani.
Rimane la speranza, di laici e credenti, che questo scrivere sia anche operare affinché cessino i non-sensi di esistenze spezzate, di famiglie sepolte dai bombardamenti, di bambini che muoiono perché non hanno nulla da mangiare.
Poesia, questa, che va oltre le retoriche divisive tra verso e prosa e che dilaga in una nuova spazialità, quella del viaggio e della sosta, dell’azione e del fermarsi, almeno in apparenza.
È la poesia del viaggio metropolitano, ma anche dentro sé, tra le rovine di quello che l’ottimismo di alcuni razionalismi prefigurava come il bel mondo futuro. Perché la voce del libro deve parlare di sè stessa -Lavatore insegna Lettere all’istituto CineTv Rossellini di Roma, oltre ad essere scrittrice e performer di poesia- e riuscire a dire, come accade alla Achmatova che accetta di divenire testimone scrivendo gli orrori delle prigioni staliniane, il non senso di una storia che sembra ripetersi nel macello contemporaneo: “Ieri ho spiegato la guerra/ mentre c’era la guerra,/ oggi c’è ancora la guerra/ e io spiego le ali”.
Ed è per questo che chi insegna ai nostri giorni, che fa poesia e scrive di poesia, può affermare che oggi l’antico verso può incarnarsi nelle parole scritte sui muri, nei bagni delle scuole, nelle stazioni, rivelando ancora una volta come la poesia, o comunque vogliamo chiamarla, sia anche profezia inascoltata nei tempi del consumo e dell’investimento insensato. Portando a compimento, sessant’anni dopo, il messaggio di Simon & Garfunkel che nel loro “The sound of silence” cantavano le parole dei nuovi profeti scritte sui muri delle metropolitane e agli ingressi dei caseggiati.
La forza di questa nuova narrazione sta nella sua capacità di viaggiare attraverso i quartieri della storia contemporanea senza guardarsi troppo indietro per non incappare nel rischio d’Euridice e dell’impetramento in un passato che non esiste più.
E non solo città. Perché questa poesia è sguardo verso le terre dell’origine, quelle da cui nasce ogni senso, e non solo religioso, d’oggi, quel “fitto mistero della fede”, in un viaggio in cui non esiste stacco, ma una eterna coscienza in cerca di qualcosa che contenga ancora un significato. E una speranza.
Un viaggio reale e poetico insieme, con la presenza dei giovani delle borgate che cercano un senso, e credono di trovarlo nei ritorni all’ordine e alla forza, di fronte alla frammentazione di tutto il resto in parole, sofismi, citazioni, che lasciano tutto come prima e peggio di prima. Tanto da ridare laicamente significato alla preghiera degli altri, come accade talvolta al viaggiatore che, entrando in un luogo di culto, viene colpito soprattutto dal raccoglimento silenzioso di sconosciuti.
Poesia come viaggio d’occidente, senza più barriere retoriche, in grado di parlare a tutti, e aprire le porte del senso.