Idee
La salute mentale non è semplicemente l’assenza di malattia, ma una condizione di benessere emotivo, relazionale e sociale che consente alle persone di partecipare attivamente alla vita della propria comunità. Come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “non c’è salute senza salute mentale” e la promozione del benessere psicologico richiede un approccio che coinvolga l’intera società, non soltanto i servizi sanitari. La psicologia di comunità, in questo contesto, rappresenta una disciplina fondamentale: si occupa dello studio e del miglioramento del benessere dei gruppi sociali, promuovendo inclusione, senso di appartenenza e partecipazione attiva dei cittadini. L’approccio comunitario alla prevenzione si distingue da quello clinico tradizionale perché non si limita a intervenire sul singolo individuo che presenta un disagio, ma cerca di trasformare i fattori strutturali che influenzano il benessere di intere comunità. L’intervento non avviene in uno studio separato dalla vita reale, ma nei luoghi della quotidianità — scuole, quartieri, luoghi di lavoro, centri di aggregazione, parrocchie — dove le persone vivono, crescono e costruiscono relazioni. Si tratta, in altre parole, di una visione ecologica della salute, nella quale individuo, contesto e comunità sono considerati come un tutt’uno inscindibile. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia da COVID-19, è emersa con forza la necessità di potenziare le strategie di prevenzione. I servizi di salute mentale si sono trovati a fronteggiare il più marcato e improvviso aumento di problematiche legate al disagio psichico mai verificatosi dal secolo scorso. Questo scenario ha reso evidente che la sola risposta clinica non è sufficiente e che servono interventi più ampi, capaci di agire sulle cause profonde del malessere. Vediamo dunque quali sono le aree che richiedono oggi la maggiore attenzione. La prima grande area su cui concentrare gli sforzi di prevenzione riguarda i cosiddetti determinanti sociali della salute mentale, ovvero quelle condizioni economiche, sociali e ambientali che influenzano profondamente il benessere psicologico delle persone. Una vasta letteratura scientifica ha dimostrato che la salute mentale è plasmata in larga misura dall’ambiente in cui si vive: le persone esposte a condizioni sociali più sfavorevoli sono più vulnerabili a sviluppare disturbi mentali nel corso della vita. Le disuguaglianze sociali rappresentano un fattore di rischio cruciale. Ad una maggiore disuguaglianza corrisponde un aumento nell’esposizione al rischio di disturbi mentali comuni come ansia, depressione e dipendenze. Il legame tra povertà e salute mentale è bidirezionale: la mancanza di risorse socioeconomiche aumenta il rischio di esposizione a stress e traumi, che a loro volta rendono più vulnerabili ai disturbi psichici; d’altro canto, i problemi di salute mentale possono indurre povertà per via della discriminazione e della ridotta capacità lavorativa. I gruppi particolarmente a rischio includono i disoccupati, i rifugiati, i migranti, le minoranze etniche, chi vive in condizioni di precarietà abitativa e le comunità rurali o geograficamente isolate. L’urbanizzazione stessa, quando si accompagna a deprivazione economica, scarso supporto sociale e segregazione, diventa un fattore di rischio per depressione e ansia. Per affrontare questa area è necessario adottare un approccio universale ma proporzionato al bisogno: le azioni devono riguardare l’intera popolazione, ma con un’intensità maggiore per chi è più svantaggiato, in modo da ridurre il gradiente sociale negli esiti di salute. Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 (PANSM), recentemente approvato in Italia, riconosce esplicitamente questo principio, proponendo di superare le disuguaglianze territoriali e di rilanciare una presa in carico più equa e vicina alle persone. Tra gli strumenti proposti figurano il Budget di Salute, l’abitare supportato e la prescrizione sociale, che consente ai medici di indicare attività come movimento fisico, gestione dello stress e corretta alimentazione per sostenere il benessere psicologico. Una seconda area di enorme importanza, spesso sottovalutata, è quella della solitudine e dell’isolamento sociale. L’OMS ha dichiarato la solitudine una vera e propria minaccia alla salute globale: i suoi effetti sulla mortalità sono paragonabili al fumo di 15 sigarette al giorno e risultano peggiori di quelli dell’obesità e dell’inattività fisica. I dati sono impressionanti: nel mondo, una persona su sei soffre di solitudine, con conseguenze significative sulla salute e sul benessere. La solitudine è associata a una stima di circa 100 decessi ogni ora, cioè oltre 871.000 morti all’anno a livello globale. Il fenomeno riguarda in modo particolare i giovani — tra il 17% e il 21% degli adolescenti tra i 13 e i 29 anni riferisce di sentirsi solo — e le persone che vivono nei Paesi a medio e basso reddito. La solitudine e l’isolamento sociale non sono la stessa cosa, anche se spesso si sovrappongono. La solitudine è un sentimento soggettivo di disconnessione, la percezione dolorosa di una discrepanza tra le relazioni che si desiderano e quelle che si hanno effettivamente. L’isolamento sociale, invece, è una condizione oggettiva di scarsità di contatti e relazioni significative. Entrambe le condizioni sono fattori di rischio importanti per la salute mentale: aumentano il rischio di depressione, ansia e demenza, e possono innescare un circolo vizioso in cui il ritiro sociale alimenta ulteriore malessere. Le cause sono molteplici e comprendono un cattivo stato di salute, bassi livelli di istruzione e reddito, il vivere da soli, politiche pubbliche inadeguate e un utilizzo scorretto o eccessivo delle tecnologie digitali. Alcuni gruppi sono particolarmente esposti: le persone con disabilità, i rifugiati, le minoranze etniche e le persone anziane, per le quali l’isolamento è associato anche al declino cognitivo e a una maggiore ospedalizzazione. La prevenzione in quest’area richiede azioni mirate al rafforzamento della connessione sociale e della coesione comunitaria. Le evidenze mostrano che l’aumento della coesione sociale può ridurre gli effetti negativi della deprivazione del vicinato sulla salute mentale. A livello di comunità, ciò significa promuovere spazi di aggregazione, gruppi di auto-mutuo aiuto, attività partecipative e reti di supporto informale. La terza area prioritaria riguarda i giovani e gli adolescenti, una fascia di età in cui il rischio di sviluppare un disturbo mentale raggiunge il suo picco. Negli ultimi anni, anche a causa dell’impatto emotivo della pandemia, si è registrato un incremento preoccupante dei disturbi mentali comuni in età evolutiva: ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari e del sonno sono solo alcune delle manifestazioni del disagio sempre più diffuso tra i giovanissimi. Un’indagine condotta nel 2021 dall’IRCCS Fatebenefratelli su oltre 7.000 studenti italiani ha confermato quanto il malessere psicologico nei giovani sia una realtà concreta e diffusa, spesso non visibile ma fortemente influente sulla costruzione dell’identità, delle relazioni e del futuro. La prevalenza globale di bisogni insoddisfatti di salute mentale tra gli adolescenti raggiunge il 54%, con la literacy in salute mentale e gli interventi preventivi come fattori chiave per il miglioramento. Il ritardo medio tra l’insorgenza dei sintomi e il primo intervento è di 8-10 anni, con i giovani tra 0 e 25 anni che sperimentano i ritardi maggiori. I ragazzi maschi, quelli provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati e le minoranze etniche sono meno propensi ad accedere ai servizi, spesso per via dello stigma e del disimpegno. Le linee guida dell’OMS raccomandano di offrire universalmente a tutti gli adolescenti interventi psicosociali per promuovere la salute mentale, prevenire i disturbi e ridurre i comportamenti a rischio, inclusi quelli autolesionistici e l’uso di sostanze. L’educazione emotiva e relazionale nelle scuole, l’alfabetizzazione alla salute mentale e la formazione degli insegnanti rappresentano interventi fondamentali per intercettare il disagio prima che si cronicizzi. I programmi scolastici che promuovono la consapevolezza dei benefici di stili di vita sani e che affrontano il bullismo e la violenza sono particolarmente raccomandati. Un’area trasversale, che condiziona tutte le altre, è quella dello stigma legato ai disturbi mentali. Lo stigma rappresenta una delle principali barriere all’accesso tempestivo e appropriato alle cure e alla piena inclusione sociale delle persone con disagio psichico. I numeri parlano chiaro: circa il 75% delle persone con problemi di salute mentale non riceve un trattamento adeguato, spesso per paura di essere giudicate o discriminate. Lo stigma non è soltanto un problema culturale, ma una vera e propria barriera alla salute pubblica. Le persone con una diagnosi di disturbo mentale vengono frequentemente etichettate con stereotipi negativi — come essere pericolose, inaffidabili o incapaci di prendersi cura di sé — e questo crea un circolo vizioso di discriminazione e autoesclusione. Lo stigma si manifesta a più livelli: strutturale (nelle leggi e nelle politiche), pubblico (nelle credenze diffuse nella società), interno o self-stigma (l’interiorizzazione dei pregiudizi da parte della persona stessa) e affiliativo (nei confronti dei familiari e dei professionisti coinvolti nella rete di cura). Perché gli interventi di prevenzione siano realmente efficaci, devono essere fondati su evidenze scientifiche solide e adattati ai contesti specifici in cui vengono realizzati. Non basta applicare modelli preconfezionati: è necessario che ogni intervento sia co-progettato con la comunità destinataria, tenendo conto delle sue specificità culturali, sociali e territoriali. La ricerca ha identificato alcune strategie particolarmente promettenti. I programmi basati sulle reti comunitarie hanno ottenuto una riduzione del 30% dei livelli di ansia e depressione in comunità rurali, mentre le strategie di prevenzione comunitaria hanno ridotto del 40% la ricaduta nell’uso di droghe. L’identità culturale è stata riconosciuta come un importante fattore protettivo: coinvolgere i leader comunitari e integrare le pratiche tradizionali nelle strategie preventive aumenta significativamente l’efficacia degli interventi. Guardando al futuro, le dieci priorità recentemente proposte dalla ricerca internazionale per la prevenzione in salute mentale includono: estendere il concetto di stato mentale a rischio oltre la psicosi; adottare un approccio transdiagnostico; rendere routinaria la valutazione del rischio; abbracciare la prospettiva del neurosviluppo; riprogettare i servizi per un accesso precoce; garantire la continuità tra servizi per minori e adulti; promuovere cure integrate e multidisciplinari; integrare la prevenzione delle dipendenze con quella della salute mentale; collaborare con altre discipline mediche; e investire in interventi a livello sociale e politico. La prevenzione del benessere psicologico comunitario non è un lusso, ma una necessità. Le aree che abbiamo esplorato — i determinanti sociali, la solitudine, la salute mentale giovanile, lo stigma, l’empowerment comunitario, l’integrazione dei servizi e gli interventi evidence-based — sono profondamente interconnesse tra loro. La povertà alimenta l’isolamento, l’isolamento alimenta lo stigma, lo stigma impedisce di chiedere aiuto, e la mancanza di servizi integrati rende tutto più difficile. Affrontare queste sfide richiede un cambiamento di paradigma: passare da un modello reattivo, centrato sulla malattia, a un modello proattivo, centrato sulla promozione del benessere e sulla prevenzione. Questo cambiamento non può avvenire senza il coinvolgimento attivo delle comunità stesse, che devono diventare protagoniste del proprio benessere. Come ricorda la psicologia di comunità, la salute si sviluppa nei luoghi in cui le persone vivono la loro quotidianità, e promuoverla significa lavorare perché quei luoghi siano più giusti, più inclusivi e più capaci di generare relazioni significative.