Si è molto discusso in queste settimane su quale comicità possa ritenersi non greve, ma autentica spensieratezza fatta di delicatezza nel tocco, finezza di stile, arguta intelligenza che mette in scena l’ironia e, quindi, di conseguenza anche una critica sociale assai ficcante.
Di fatto c’è un’Italia scissa: Buen Camino di Checco Zalone, nonché Luca Medici, che riempie le sale con tonnellate di spettatori e la critica cinematografica che lo massacra nel web e sulla carta stampata; il comico Andrea Pucci che riempie i teatri ma che alla proposta della co-conduzione di una serata sanremese viene investito da un’inondazione di critiche, tacciato di sessismo e bullismo, tanto da convincerlo a rinunciare.
L’aspetto sciaguratamente affascinante di questa “frattura” è che quantomeno possiamo giudicare tutto con i nostri occhi e orecchi (e magari con qualche competenza che cerchiamo di affinare) e, per quanto il dibattito venga politicizzato in una maniera tutta italiana, possiamo provare a chiederci volta per volta, e sarebbe in realtà doveroso, che tipo di esperienza ci sta proponendo quella tal comicità. Farlo ritualmente come una liturgia delle ore, una ritmica che non consente scappatoie di partito, allena a superare gli steccati di credenze e appartenenze e aiuta a riconoscere i veri talenti che non offrono biada alla pancia pur di vendere su larga, larghissima scala.
L’ultima volta che ho fatto questo esercizio risale proprio a poche ore fa quando ho visto un film segnatamente ironico ma che, paradossalmente, per titolo ha un’intenzione di scuse alla parte più fragile della nostra società. Questo stridente contrasto tra forma del contenuto e titolazione l’ho trovato un indizio di talento, un’idea ambiziosa che lancia un appello al pubblico. Approfondendo la realizzazione della commedia drammatica Sorry, Baby ho scoperto che Eva Victor, la sceneggiatrice e regista, nonché interprete dell’opera, in realtà in America è già un nome nell’ambito della comicità (video brevi e stand up comedy) ma che ha sentito il bisogno di fare un salto di qualità a livello drammaturgico pensando che il cinema potesse offrirle questo traguardo.
Victor, classe 1994, nata a Parigi da genitori americani, si è trasferita con loro nella primissima infanzia a San Francisco, è non binaria e ha iniziato la sua carriera nella rivista di satira femminista Reductress. A una parte del nostro Paese per queste due ultime note biografiche già puzzerebbe. Sfortunati loro, perché, invece, Victor con il suo film parla a un pubblico senza etichette perché ha un pudore dell’animo che raramente si incontra al cinema.
Questa sua opera prima premiata nel 2025 al “Sundance”, il festival di cinema indipendente più importante al mondo, è intimamente profonda, dolcemente ironica e maledettamente equilibrata. È quello che ci meritiamo a mio parere, a volerlo, per riflettere persino su esperienze traumatiche come l’abuso sessuale e lo stupro come riesce a fare brillantemente Sorry, Baby per ritrovare una guarigione profonda, sospesa nella complessità temporale di una ferita che alla messa in scena della violenza predilige le sfumature dell’ascolto di chi avrà la pazienza di stare accanto. Tutto questo con garbata ironia che, come c’ha ricordato di recente Paolo Sorrentino, è una delle forme di grazia celeste.