Idee
Alle Olimpiadi dei robot umanoidi di Pechino, due concorrenti hanno corso i 100 metri più velocemente di Usain Bolt. Il risultato è sorprendente: un robot ha fermato il cronometro a 9,39 secondi e un altro a 9,47, mentre il record stabilito dal campione giamaicano nel 2009 è di 9,58 secondi. Subito dopo il traguardo, però, gran parte delle macchine non è riuscita a rallentare ed è finita contro una parete imbottita.
Questa scena riassume bene lo stato attuale della robotica umanoide: progressi straordinari convivono con limiti ancora molto evidenti.
I World Humanoid Robot Games sono arrivati alla seconda edizione. La manifestazione dura cinque giorni e comprende 51 discipline, tra cui corsa, salto in alto, calcio, tennis da tavolo e combattimento. Partecipano robot provenienti da 16 paesi, anche se la maggioranza è costruita da aziende cinesi. In appena un anno le loro prestazioni sono migliorate in modo notevole.
Alcuni risultati sembrano quasi fantascientifici. Oltre al record nella corsa, un robot della società X-Humanoid ha superato il primato umano nel salto in alto da fermo. Vedere una macchina con due gambe correre e saltare a queste velocità è una grande impresa ingegneristica. Per riuscirci, il robot deve coordinare motori, sensori e programmi di intelligenza artificiale in frazioni di secondo. Deve calcolare continuamente la posizione del corpo, distribuire il peso e correggere ogni piccolo squilibrio.
Essere molto bravi in una singola prova, tuttavia, non significa possedere le capacità generali di una persona. Questi robot sono spesso progettati e allenati per svolgere un compito preciso in un ambiente controllato. Fuori da quella situazione possono incontrare enormi difficoltà.
Il mondo reale, infatti, è pieno di imprevisti: un ostacolo può trovarsi nel posto sbagliato, un oggetto può scivolare oppure una persona può muoversi in modo inatteso. Noi esseri umani reagiamo quasi senza pensarci, grazie a una combinazione di vista, equilibrio, esperienza e controllo del corpo. Per un robot, invece, ogni variazione può diventare un problema complesso.
Le gare hanno mostrato chiaramente questa fragilità. Molti concorrenti dei 100 metri si sono schiantati dopo l’arrivo; uno ha persino preso fuoco. Durante la prova di sollevamento pesi, un altro robot ha perso il controllo ed è caduto sul tavolo dei giudici. Le macchine possono quindi essere più veloci o più forti di noi per pochi secondi, ma non possiedono ancora la nostra capacità di muoversi in sicurezza, recuperare l’equilibrio e adattarsi immediatamente.
C’è anche un rischio di interpretazione. Quando vediamo un robot compiere un’impresa eccezionale, tendiamo a immaginare che sappia fare molte altre cose. Ma non è così. Battere un record sportivo non significa necessariamente saper riordinare una casa, piegare il bucato o lavorare accanto alle persone senza incidenti. Un successo molto visibile può nascondere una competenza estremamente limitata.
Non mancano, però, segnali incoraggianti. Durante la manifestazione, un robot è riuscito a giocare a tennis contro un essere umano. In questo caso doveva osservare la palla, prevederne la traiettoria e reagire a colpi non completamente programmabili. È una capacità più vicina a quella richiesta nella vita quotidiana, dove le condizioni cambiano continuamente.
Le Olimpiadi dei robot non dimostrano quindi che le macchine siano ormai pronte a sostituire gli esseri umani. Mostrano qualcosa di più realistico: la robotica sta avanzando molto rapidamente, ma il passaggio da una prova spettacolare a un robot davvero utile, autonomo e sicuro è ancora difficile. I record fanno notizia; la vera sfida sarà imparare a gestire l’imprevisto.