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In dialogo con la Parola

mercoledì 25 Febbraio 2026

Sguardi e ascolto per una esperienza vera di trasfigurazione

don Riccardo Betto

II domenica di Quaresima (anno A)
Genesi 12,1-4a Salmo 32 (33) 2 Timoteo 1,8b-10 Matteo 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Dal contesto cupo del deserto e delle seduzioni, il Vangelo di questa domenica ci porta su un «alto monte» per farci pregustare la meta verso la quale siamo rivolti, un cammino verso la bellezza e la vivificazione. Innanzitutto, questo brano – presente in tutti i Vangeli sinottici – non è tanto il resoconto di un evento di cronaca quanto una narrazione teologica che ha lo scopo di comunicarci qualcosa di importante. Il primo passo per comprendere questo testo è di collocarlo nel contesto letterario e teologico del Vangelo di Matteo. Infatti, questa “teofania” (manifestazione e rivelazione di Dio) viene posta in un momento nel quale i discepoli nel cammino alla sequela del loro Maestro stanno comprendendo che le cose si stanno mettendo male. Gesù sta incontrando ostilità sempre maggiori. Precedentemente, Matteo aveva scritto: «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno». (Mt 16, 21). Gesù aveva aperto il suo cuore, era stato chiaro con i suoi amici, consapevole che fosse un passaggio complesso e rischioso. E Pietro aveva reagito con veemenza e con ostilità a quella prospettiva: non poteva accettare un percorso stretto e coerente che andava a frantumare le sue aspettative sul Messia. Gesù lo aveva invitato a non sedurlo, a non opporgli resistenza, a “andare dietro a lui”.

È un momento di tensione e di amarezza per il gruppo dei Dodici. Tuttavia, Gesù cogliendo i sentimenti dei suoi amici sceglie tre di loro (è come se prendesse con sé l’intero gruppo) per condurli «in disparte, su un alto monte». Ho provato nei giorni scorsi a immedesimarmi nei tre: chissà cosa avranno pensato durante il viaggio, le domande che si saranno posti. Eppure, credo che anche per noi, quando alcune esperienze scompaginano certe nostre aspettative, sia indispensabile salire sul monte. Il monte è il luogo di Dio, è il punto di contatto tra il cielo e la terra e noi ci saliamo con i piedi che sono impastati della nostra realtà. Però, è anche vero che in alto, sul monte, cambiano le prospettive e possiamo guardare una realtà da diversi punti di vista, possiamo entrare maggiormente nel mistero di Dio. Ed ecco, che sul monte «fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». Fu un’esperienza inattesa e incomprensibile per i tre perché non l’hanno mai visto così bello, tanto da esserne confusi. Anche nella nostra vita, le esperienze di vera trasfigurazione, le metamorfosi sono momenti che si possono vivere solo in disparte, sono attimi di grazia che durano il tempo necessario, svelano una persona nella sua più vera e bella identità. E richiedono prima di tutto la capacità di osservare e di guardare in profondità. Spesso ci si sente confusi e, come Pietro, si rischia di dire le parole sbagliate nel momento meno opportuno. Eppure, l’autenticità e l’impulsività sono tratti indelebili del carattere di Pietro: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». In realtà, nel frastuono di ciò che sta vivendo, Pietro ancora una volta non sta accettando l’identità e il cammino coerente del suo Maestro, ma sta tentando di ribaltare le prospettive, mettendo volutamente al centro Mosè e la sua idea di Messia.

L’esperienza della trasfigurazione, tuttavia, per essere compresa fino in fondo non ha solo bisogno di occhi che sanno guardare ma anche di orecchi capaci di ascolto. «Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». Ora è la stessa voce ascoltata nel battesimo al Giordano che sul monte stesso trasfigura e rivela nuovamente l’identità e la missione di quel Figlio. Quindi, nella nostra vita, è l’ascolto che ci dà la possibilità di entrare e di penetrare nel mistero, di conoscere chi è Gesù di Nazareth, di accogliere fino in fondo le sue logiche. Questa narrazione teologica, allora, ci svela come sia necessario anche nel nostro percorso spirituale salire sul monte, avere quella capacità di staccarci dalla realtà per poter guardare la vita e il mistero dalla prospettiva del Dio di Gesù Cristo, per cogliere ciò che ci viene svelato.

Ma Gesù sa che possiamo correre anche un pericolo: quello di rifugiarci in certe esperienze e di voler rimanere lì, costruendo le nostre capanne e le nostre sicurezze. Ecco perché è sempre necessario scendere con lui, abitare la realtà con le sue contraddizioni, custodendo nel cuore ciò che si è visto e ciò che si è ascoltato, consapevoli che ci sarà un tempo opportuno per poter comprendere ogni cosa. In fondo, agganciando la vicenda di Abram narrata nella prima lettura, è il percorso di ognuno: c’è la necessità di partire e di avere il coraggio di lasciare per andare verso la terra che il Signore ci indica. E in questi nostri cammini di trasfigurazione sostenuti dalla fede sono intrecciate le promesse e le benedizioni di Dio di ieri e di sempre.

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