Fatti
È una legge di principio, quella approvata dal Parlamento europeo tramite direttiva nel 2023, ora in fase di recepimento nell’ordinamento italiano: si tratta di rendere “trasparenti” le retribuzioni dei lavoratori, anche per evitare il discriminatorio gender pay gap, la differenza immotivata di retribuzioni tra uomini e donne.
Per legge di principio s’intende più una solida raccomandazione a fare questo o quello, più che una serie di norme che possano efficacemente centrare lo scopo. Per provarci, s’introducono obblighi di comunicazione e meccanismi di controllo che in Italia soffrono di reale efficacia: tali obblighi cessano per le aziende sotto i 100 dipendenti (la stragrande parte del nostro tessuto economico) e quanto ai meccanismi di controllo…
Il principio però è importante: i datori di lavoro devono essere trasparenti nella loro offerta occupazionale. Quindi comunicare con chiarezza le retribuzioni offerte, comprese di bonus, premi, ecc…; non richiedere le precedenti retribuzioni per chi sta cambiando lavoro; far conoscere le retribuzioni medie dei colleghi che svolgono le stesse mansioni, disaggregate per genere. E qui sta il punto del superamento dell’immotivato gap tra stipendi maschili e femminili, per identici lavori.
Questa differenza non potrà superare il 5% e questo riguarderà qualsiasi tipologia di lavoro, compresi i rapporti a tempo determinato, i lavoratori domestici, gli apprendistati, i contratti di lavoro somministrato e intermittente.
In sede di contrattazione collettiva, vadasé che non saranno tollerate discriminazioni di genere nei trattamenti economici, ma forse è questa l’area in cui sarà più facile “mettere a terra” queste normative. Per il resto si parla di “diritti di richiedere risposte motivate”, di comitati di monitoraggio, di collaborazione tra datori e rappresentanti dei lavoratori per adottare misure correttive, con questi ultimi che potranno chiedere ai primi ulteriori chiarimenti sui dati forniti ai lavoratori.
Considerando il tasso di sindacalizzazione delle piccole e medie imprese private in Italia, sembrano più princìpi di fondo. Ma non c’è dubbio che le indiscriminate differenze di retribuzione debbano semplicemente cessare, magari con norme – e adesso sta al legislatore italiano stabilire modalità realmente incisive, soprattutto a livello pecuniario – che tolgano ossigeno a pratiche che non hanno alcuna motivazione valida a sostegno.
Rimane il fatto che, come ha recentemente dimostrato il quotidiano Avvenire, la vera disparità sta nei percorsi di carriera, spesso lenti o bloccati per le donne. In Italia, a capo di una banca medio-grande non si è finora mai vista una figura femminile, tanto per dire.