Storie
Ogni mattina Ahmed Muin Abu Amsha, 45 anni, inizia la sua routine uscendo dalla sua tenda con il suo telefonino e quello di sua moglie, entrambi completamente scarichi. Si reca in una stazione di ricarica alimentata con i pannelli fotovoltaici nelle vicinanze per collegarli e ricaricarli. Per tutta la notte, Ahmed si affida esclusivamente alle torce dei telefonini per illuminare l’interno della tenda in cui vive con la sua famiglia a Deir Al-Balah, nella parte a ovest di Gaza City sul lungomare.
Abbiamo raggiunto in videochiamata Ahmed che si trova all’interno di un punto di ricarica per garantirsi una maggiore stabilità nella conversazione.
È un pomeriggio primaverile soleggiato di fine marzo e Ahmed ci fa vedere con il cellulare la riva del mare, l’immenso accampamento di tende e il brulicare di persone. Più in là, in lontananza, alcuni edifici sventrati… e poi macerie e ancora macerie.
Eppure, in mezzo alle rovine, c’è ancora la speranza. L’età media della popolazione è molto giovane (meno di 19 anni, ndr) e i bambini rappresentano il futuro. Gran parte delle scuole sono ancora chiuse.
Una storia di speranza
La vita in qualche modo continua, grazie anche alle lezioni di musica di Ahmed, che ogni giorno sceglie di restare, di lottare per la dignità di ogni vita umana. Tra tende adibite a luoghi di ritrovo e spiazzi sulla sabbia come sale prove dove bambini e adolescenti seguono le sue lezioni, il tentativo quotidiano – e disperato – di restituire un’illusione di normalità a bambini innocenti. «È questo il senso della mia presenza qui, in questi gironi danteschi di violenza: è la ragione per cui ho trovato la gioia di vivere».
Ahmed, ingegnere del suono e musicista, insegnava al Conservatorio di musica Edward Said prima del 7 ottobre. La guerra aveva preso il sopravvento sulla musica, dopo essere stato sfollato molte volte, quando un giorno un amico gli ha dato in mano una chitarra che ha suonato nel campo dove alloggiava e molti dei ragazzi presenti si sono radunati attorno. Da quel giorno la sua vita è cambiata. Ha deciso di continuare a insegnare ai bambini sfollati «aiutandoli a trovare momenti di gioia attraverso la musica», coadiuvato da altri colleghi del Conservatorio. In ogni campo dove è passato ha chiesto di allestire una tenda come sala prove convinto che «la musica possa rimarginare le ferite».
Le parole non bastano per raccontare
«A Gaza non c’è scampo dalla realtà della guerra – ci dice Ahmed -, anche se dal cessate il fuoco di fine gennaio il nostro futuro è ancora sospeso». E aggiunge: «Se prima ogni giorno cadevano ordigni che sventravano edifici e colpivano persone disperate che cercavano di sfuggire al fuoco nemico nei punti di distribuzione degli alimenti, oggi i viveri arrivano col contagocce, manca la corrente, attorno abbiamo tonnellate e tonnellate di macerie».
Dopo una prima conoscenza reciproca chiedo ad Ahmed di farci una istantanea di come si vive nella Striscia, dove i riflettori internazionali sembrano essersi spenti. «Non è facile spiegare a parole come qui si vive. Siamo ancora nelle tende a cercare cibo, a trasportare acqua in taniche. Le nostre case di mattoni sono state distrutte dalle bombe. Le nostre tende si stanno consumando dal caldo del sole e dalla pioggia. Non ci restano che queste per ripararci e dove poter sopravvivere».
C’è molta incertezza tra i gazawi sul proprio futuro, ma forse un po’ di meno pressione si respira ci confida Ahmed. Gli scontri sono diminuiti anche se nessuno può sapere dove potrebbe incontrare la morte: al mercato, tra le rovine delle case, nel lungomare. Amaramente ci dice che «la situazione forse è un po’ migliorata per effetto della guerra in Iran e della pressione sul Libano, avendo dovuto spostare soldati e mezzi in un’altra direzione. Forse se la guerra in Iran finisse, ricomincerebbero a bombardarci!».
Gaza non è più il centro delle notizie
«Siamo bloccati… non è facile trovare cibo in questo momento. E l’acqua che arriva con le autobotti non è sufficiente per tutti i campi. L’energia elettrica manca. Tutto questo è un grosso problema. La realtà è che siamo bloccati nel mezzo e siamo in balia dell’ingresso o meno degli aiuti dall’estero».
Ahmed ci racconta che «dopo la seconda fase dei negoziati e la costituzione del “Board of peace” proposto da Trump, qui tutto si è fermato. Niente si muove. Continuiamo ad essere ancora sospesi… Siamo ancora fuori dalle nostre case, non sappiamo quando torneremo nella parte a nord ora occupata dall’esercito israeliano».
Gli chiediamo se è effettivo il cessate il fuoco più di due mesi dopo il 19 gennaio 2026. Senza esitazione ci dice che la narrazione che ci viene fatta, attraverso il controllo delle informazioni eseguito da Israele, non è reale. «Si continua a morire per gli spari di artiglieria o gli ordini sganciati dai droni. Ciò che è cambiato rispetto a qualche mese fa è solo l’intensità!».
Ci racconta che vivono in tende, così come la sua famiglia e molte altre persone, piantate in spiaggia, a circa metà della Striscia. «Anche in questo campo ho trovato bambini a cui dare speranza attraverso la musica».
Economia di sopravvivenza
La panoramica sul campo da dove ci parla Ahmed illustra una situazione complessa legata agli effetti di una lunga guerra dove accanto alle professioni tradizionali che hanno resistito sono emersi nuovi lavori, plasmati dalla guerra e dalla scarsità di risorse.
«Quello che è successo è che la guerra ha fatto regredire la società di decenni, riportando in auge professioni che erano praticate solo da pochissime persone, e dando vita a posti di lavoro che prima non esistevano a Gaza», ha affermato. Nonostante tutto «questi lavori mostrano un certo grado di innovazione», seppur «intermittenti e in continuo cambiamento, plasmati dalle condizioni stesse della guerra». Le attività agro-pastorali sono completamente collassate da ottobre 2023 e «la gente cerca di accettare la realtà il più possibile», adattandosi per poter sopravvivere». «Tutto è estremamente caro e il potere d’acquisto delle persone è calato drasticamente», ha aggiunto, sottolineando il caos nei prezzi di mercato a causa della carenza di prodotti.
Una complicata ricostruzione
La ricostruzione non è il “giorno dopo” il cessate il fuoco! Considerato che, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite, la sola rimozione delle macerie potrebbe richiedere fino al 2032 e la ricostruzione completa di Gaza si protrarrebbe fino al 2040, l’attesa si trasforma in una politica di sfollamento. Concorda Ahmed sul fatto che il progetto di ricostruzione che Netanyahu e Trump vorrebbero attuare – anche per ripagarsi i costi della guerra – rappresenta una sorta di nuova arma che giustifica il “trasferimento silenzioso” da Israele dei palestinesi da Gaza in altri Paesi del mondo. Con sarcasmo ci dice che «sicuramente faranno del loro meglio per sradicare i palestinesi dalla loro terra…». Poi aggiunge che pensa che “non ce la faranno mai a realizzare il loro progetto, perché noi siamo resilienti e amiamo la nostra terra» e fa un inciso: “i popoli arabi non vogliono che ci sia la diaspora palestinese».
Ciò che appare evidente è che gli israeliani, controllando gli accessi al cemento e all’acciaio sulla Striscia, di fatto continueranno a decidere sulla vita quotidiana a Gaza.
Il nuovo fronte di guerra
Guardando oltre il muro che separa Gaza dal resto del mondo, chiediamo ad Ahmed come venga percepito il nuovo fronte di guerra israelo-
americano con l’Iran. «Stiamo aspettando che succeda qualcosa… la guerra in Iran ci tiene bloccati qui. Non si muove niente. Nessuno parla di Gaza. Niente parla di Gaza. Gli Stati Uniti sono impegnati con la guerra in Iran e ci sono molti bombardamenti in Israele. Per risposta Israele bombarda qui, ma ciò non fa notizia. È complicato. Non sappiamo cosa succederà dopo…».
Gli chiedo cosa pensa dei bombardamenti in Iran. Mi premette di essere un musicista e non un politico prima di rispondere che ogni guerra va contro la volontà di Dio. «Non credo ci sia una correlazione diretta tra quella in corso con l’Iran e quella con la Palestina. Pur non appartenendo a questo conflitto, credo che la guerra non sia uno strumento efficace per dialogare».
E poi aggiunge: «Sono un musicista e insegno musica ai bambini che meritano una vita bella e dignitosa come quella dei loro coetanei italiani, francesi, ecc. Per questo credo profondamente che la follia della guerra debba essere fermata in tutto il mondo, non solo a Gaza!».
Volare in alto con la musica
«Un giorno, in piena guerra, mentre stavo cercando del cibo nel centro di Gaza City, in una zona chiamata Rimal, al mercato ho trovato solo un pezzo di pane. L’ho portato a casa e dato ai miei figli. Io e mia moglie dormivamo per la fame. Ma non riuscivo a dormire. Dopo un po’ ho preso la chitarra e ho composto la canzone dal titolo “Who is listening”».
Ahmed mi invita ad ascoltarla. È una canzone bellissima. La particolarità di questo brano è che Ahmed ha insegnato ai bambini a usare il ronzio incessante dei droni militari come se fosse una nota di accompagnamento musicale. Ahmed ha chiesto ai bambini di individuare la frequenza del ronzio e di intonare le loro voci su quella nota, trasformando un rumore di guerra in una base sonora per il canto. Il rumore incessante come una minaccia è diventato simbolo della resistenza e della capacità di sognare un futuro migliore.
La conversazione è molto coinvolgente ma cominciano i problemi di connessione. Il sole sta calando. E allora Ahmed ci ricorda che da noi in Italia tra qualche giorno si festeggia la Pasqua. Per formularci gli auguri da Gaza prende la chitarra e ci intona la sua versione musicale di “Bella ciao” con i versi che raccontano la vita sotto l’assedio, il dolore per la terra perduta e la speranza di tornare in una casa fatta di mattoni. Si congeda augurando a tutti i lettori: «Buona Pasqua».
La situazione economica a Gaza è peggiorata drasticamente dall’inizio della guerra: la distruzione, gli sfollamenti e il collasso dei servizi essenziali hanno costretto persino i laureati qualificati ad adattarsi a lavori di fortuna per uscire dalla Striscia. I vincoli rigidi di uscita si sono un po’ allentati, ma l’apertura a singhiozzo dei valichi e soprattutto la mancanza di documenti consentono a pochi di uscire. Tra gli effetti dei bombardamenti vi sono stati anche la distruzione di uffici pubblici quali l’anagrafe e il catasto. «Molte persone cercano di uscire dalla Striscia – ci racconta Ahmed – ma non è facile ottenere l’autorizzazione ad uscire! L’unico modo per uscire è per ricongiungimento o per evacuazione».
«Penso che la ricostruzione di Gaza richiederà molti anni. La gente qui non vuole andarsene e molti sono disposti a compromessi per la ricostruzione. La situazione rimarrà così finché non avranno finito le tante guerre che ci sono nel mondo». Ahmed crede che la musica sia uno strumento per arrivare alla pace. «Grazie alla musica, la quotidianità conserva un’apparenza di normalità. La mia speranza è di vedere questa guerra finire una volta per tutte e di poterlo cantare!».
Si possono ascoltare gratuitamente le canzoni di Ahmed e del gruppo musicale chiamato “Gaza Birds Singing”, composto da bambini sfollati e talentuosi insegnanti di musica di Gaza, andando al link https://songsfromtherubble.com/